Pelikanblut (Pelican Blood)

Recensione in anteprima – Venezia 76 – Orizzonti – Film d’apertura della sezione “orizzonti”, Pelikanblut di Katrin Gebbe si mostra come un horror psicologico, che mescola le carte del genere, unendo il tema dell’infanzia al misticismo d’impronta germanica. Dopo Nothing bad can happen – Ore Tanzt, nuovamente la regista esplora le origini del bene e del male, ora affrontando la sfida di accettare il fatto che il male si possa celare in una bambina di cinque anni. Ancora nessuna data per la distribuzione nelle sale italiane.

Il male e l’infanzia

Da sempre il tema dell’infanzia risulta delicato da affrontare, venendo considerata fascia sociale da proteggere e tutelare. Tuttavia il cinema ha spesso narrato di bambini cattivi, pestiferi o addirittura indemoniati, a partire dalle famose gemelle Grady in “The Shining” (Stanley Kubrick – 1980), fino al recente “The Boy” (William Brent Bell – 2016).

Fra questi predecessori, certamente si staglia “Il villaggio dei dannati – Village of the damned” (Wolf Rilla – 1960). Non è dunque tematica nuova quella trattata da Katrin Gebbe.

“Pelikanblut” risulta un prodotto coraggioso dal punto di vista tematico, e interessante dal punto di vista fotografico, essendo tutto calibrato su toni chiari e a tratti opachi, ma tuttavia imperfetto.

Troppa carne (di cavallo) al fuoco

Troppi temi diversi vengono infatti mescolati: trauma infantile, adozione, misticismo, religione e ippica. Wiebke Landau (Nina Hoss), addestratrice di cavalli per la polizia, e donna single, ha già adottato una figlia, e decide di accogliere in casa anche la piccola Raya (Katerina Lipovska) di cinque anni.

Presto, a causa di un forte trauma infantile, Raya si mostra violenta, avendo contratto una forma di difesa dal dolore, che non le permette di mostrare alcuna emozione.

Wiebke decide dunque di ricorrere a specialisti, per affrontare il problema, desiderosa di essere amata da Raya, che diventa man mano pericolosa per l’intera famiglia.

L’ippica è ciò che guida e percorre l’intero film.

Cavalli appaiono ovunque, e quando s’inizia a parlare di misteriosi poteri legati alle teste di cavallo, difesa contro gli spiriti maligni, non risulta difficile capire dove si andrà a parare.

Affrontare la maternità

Uno dei centri nevralgici e meglio diretti della vicenda, è l’amore di Wiebke per le figlie. In lei traspare veramente il desiderio di maternità.

Nina Hoss dà un’interpretazione toccante e fortemente emotiva, nell’affrontare il dolore e l’incomprensione nei confronti di una figlia che non ricambia l’affetto mostratole.

Wiebke è il ritratto di tante madri, pronta a qualsiasi sacrificio per la famiglia, fino a dare il sangue e la vita, come il pellicano. Secondo tradizione, e come riportato in un dipinto sulle pareti dell’orfanotrofio, il pellicano è infatti il simbolo di amore, carità e pietà per il prossimo, e nel mondo cristologico dell’eucarestia.

Tematiche non calibrate

La scelta del cast, formato da un gruppo misto bulgaro-tedesco, risulta dunque buona, soprattutto per quanto riguarda la piccola Katerina Lipovska. La bambina si mostra infatti perfettamente calata nella parte, creando un clima di ansia e di tensione costante.

Tuttavia il film crolla quando s’insinua il tema della magia nera. In se stessa potrebbe rivelarsi interessante, peccato mal si amalgami con le altre tematiche. Infatti i medici riscontrano fisicamente nella piccola Raya un problema all’amigdala, che risulta del tutto devitalizzata, togliendo così ogni possibilità di provare paura ed empatia.

Chiamare dunque in soccorso l’esorcismo si mostra soluzione facile, e incoerente. Il tutto mal s’incastra insieme, e si creano situazioni scontate, che formano un film che avrebbe potuto essere decisamente migliore, se avesse dosato fra loro meglio gli ingredienti.

Voto: 5.6

Commenti