Martin Eden

Recensione in anteprima – Venezia 76 – In concorso – Riprendendo la storia raccontata da Jack London nel 1909, Pietro Marcello ci conduce nella Napoli del XX secolo, creando un libero adattamento, che ci fornisce un affresco del nostro paese e del ‘900. Dal 4 settembre nelle sale italiane, distribuito da 01 Distribution.

Al suo primo lungometraggio di finzione, Pietro Marcello torna alla Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia dopo aver portato nel 2011 due documentari sul cinema: “Il silenzio di Pelesjan”  e “Marco Bellocchio, Venezia 2011”. Questa volta il regista si rapporta con la grande letteratura americana. Materia non inedita al cinema, infatti fu già precedentemente trasposta da Hobart Bosworth nel 1914, da Sidney Salkow nel 1942 e da Giacomo Battiato nella miniserie tv del 1979.

Il marinaio sognatore

“Dunque il mondo è più forte di me. Chi costruisce prigioni si esprime meno bene di chi costruisce la libertà”.

Con queste parole pronunciate da Luca Marinelli, inizia “Martin Eden”.

Luca Marinelli fornisce del personaggio un ritratto forte, tenace, passionario, visionario ed esistenziale, confermandosi grande interprete e uno dei volti principali del nuovo cinema italiano.

Sognando di diventare scrittore, per amore della bella ragazza alto-borghese Elena Orsini (interpretata dall’esordiente Jessica Cressy, reinterprete della Ruth Morse, l’originale personaggio di Jack London), Martin Eden si scontra con una società narcisistica e piena di contraddizioni, che lo porterà gradualmente all’autodistruzione.

Ritratto di un secolo

Film costruito interamente sul personaggio del marinaio semi-analfabeta Eden, spinto per amore verso la letteratura, traccia un percorso le cui maglie temporali via via si distendono fino a dissolversi, all’interno dell’intero ‘900.

Forza primaria alla pellicola viene infatti fornita dai numerosi spezzoni documentaristici e di repertorio, che ammantano la vicenda di poesia.

Immagini che, passando in alternanza al bianco e nero e ai toni di grigio, per virare nel color seppia, ci mostrano povertà, infanzia, mondo della scuola, dei porti e dei bassifondi, danze, guerra e navi al varo. Partendo dalle immagini iniziali di Enrico Malatesta, e dalla manifestazione del primo maggio 1920, questi inserti hanno la doppia funzione di rendere la pellicola più diluita, e nel contempo la riempiono di rimandi e di simbologia.

Il risultato che ne deriva è una narrazione che dal 1910 arriva al 1980, ma che finisce per reinventarsi continuamente e per confondere cronologia e temporalità.

Legge naturale e società

Nella sua ricerca di nobilitazione personale, per venire accettato ed essere all’altezza di Elena e della sua famiglia, Martin finisce a contatto col mondo del socialismo, dei sindacati e delle lotte di classe. Immergendosi anche nelle letture di Herbert Spencer, filosofo britannico d’impostazione liberale, teorico del darwinismo sociale, Martin verrà portato a riflettere sul senso della società.

Se il mondo si costruisce col potere della Natura, che tutto domina, come può la nuova legge morale diffusa dal comunismo sovvertire tale principio immutabile dello schiavismo evolutivo?

Martin si viene così a scontrare con la nascente corrente del socialismo, e col mondo dominante della borghesia, entrambe secondo Martin colpevoli di privare di parola l’individuo, essendo due facce della stessa moneta di una società malata. Nonostante il successo che poi verrà dalla pubblicazione dei suoi scritti, Martin finirà dunque a professare il proprio disgusto verso la vita, fino a un graduale autoannientamento.

Filosofia e libertà

Film quindi d’una estrema attualità, affronta la problematica dell’emancipazione dell’individuo da una società edonistica e narcisistica, per cui l’ipocrisia e il capitale privano l’uomo di una possibile reale indipendenza. Navighiamo insieme a Martin Eden, fino ad inabissarci nei tormenti di un futuro che si profila incerto all’orizzonte.

Come si può dunque sopravvivere all’ignoto dell’infinito? Dal film non ci viene una risposta, in questo perfettamente aderente al testo e al pensiero di Jack London.

Affrontarlo oggi significa avere coraggio, e fede nel potere della cultura.

“Senza tamburi, senza musica, sfilano funerali
a lungo, lentamente, nel mio cuore: la Speranza,
Vinta, piange, e l’Angoscia atroce, dispotica,
pianta, nel mio cranio riverso, il suo vessillo nero”
– Charles Baudelaire –

Voto: 7.6

Commenti