Fellini Satyricon, un dipinto della decadenza

Recensione – 50 anni – Il 18 Settembre 1969 arrivava nelle sale italiane il Satyricon di Federico Fellini, uno dei film più controversi del regista riminese, liberamente tratto dalla celebre opera di Petronio Arbitro.

L’amore e le feste

Encolpio (Martin Potter) e Ascilto (Hiram Keller) vorrebbero coltivare, ciascuno per sé, la passione per l’efebo Gitone (Max Born). Ma la gelosia li dividerà, in particolare quando il ragazzo, dopo alcune schermaglie, sceglierà Ascilto. Encolpio, in preda alla disperazione, fugge da un terremoto e finirà per partecipare ai bagordi dei frequentati pranzi di Trimalcione, finché Trifena lo porterà sulla nave di Lica, tiranno di Taranto. In una serie di trivialità ed eccessi, Encolpio ritroverà Ascilto ma continuerà a sprofondare nel torbido, quando gli eventi precipiteranno e lo condurranno al vecchio poeta Eumolpo.

La contemporaneità del Satyricon felliniano

Scritto da Federico Fellini e Bernardino Zapponi (che aveva collaborato con il regista per un episodio de Tre passi nel delirio), il film non è una fedele trasposizione dell’opera di Petronio e, certamente, non era questo ciò che interessava al Maestro riminese. Piuttosto, il Satyricon racconta la decadenza della contemporaneità attraverso le ambientazioni classiche, in riferimento sia alla società dell’epoca (e si potrebbe riferire anche all’attuale), che agli uomini, così fragili e inclini alla perdizione.

Nel carosello di personaggi particolari che contraddistinguono il cinema di Fellini, quelli di Satyricon appaiono irrecuperabili, sfuggevoli ed ebbri, storditi dal vizio e immersi in un mondo lussurioso e privo di principi morali. Rispetto alla sfilata della passerella d’addio di 8 1/2 o alle figure della Roma anni ’60 de La dolce vita, i vari Encolpio, Ascilto, Trimalcione non sembrano abbastanza significativi per evitare di apparire inutili, privi di una qualunque portata sociale e relegati alla loro dissoluta dimensione quasi fuori dal tempo, o che non sia quello a cui appartennero; regredendo anzi negli usi e nei costumi, come a mostrare una condotta primordiale, dove l’istinto prevale sulla ragione e sulla conoscenza empirica.


Vi è in Fellini, dunque, una visione più cupa e negativa rispetto alla riflessione che sé stesso, proiettandosi in Marcello Rubini o Guido Anselmi, aveva fatto sulla società nei film precedenti. Qui Federico rimane fuori e osserva, non giudicando ma evidenziando le contraddizioni che sorgono negli uomini, incapaci di trovare una direzione da seguire. Del resto, anche il film non percorre una linea narrativa unica, ma procede piuttosto come fosse un pittore che crea un dipinto con pennellate casuali, pur giungendo alla fine a una variegata rappresentazione.

L’evoluzione felliniana

Satyricon giunse in un periodo di passaggio nella carriera di Federico Fellini, e tra due documentari: Block-notes di un regista (1969) e I Clowns (1970), quest’ultimo ambientato nel mondo circense tanto caro al Federico delle origini. Successivamente sarebbero arrivati Roma (1972) e Amarcord (1973), i quali racconteranno a loro volta la città che un ragazzo di provincia avrebbe conosciuto e i ricordi dell’infanzia del Maestro, attraverso il suo stile inconfondibile. Prima di tornare alla dimensione più personale, dunque, con Satyricon Fellini diresse nuovamente lo sguardo a ciò che stava attorno a lui ma senza trovarsi al centro dell’opera, e ponendosi piuttosto come cantore, non risultando per questo meno coinvolto o interessato.


Con la colonna sonora di Nino Rota, pur meno presente rispetto ad altre occasioni, e un cast nel quale figurano anche Salvo Randone, Alain Cuny, Magali Nöel, Lucia Bosé, Capucine e l’iconica Donyale Luna, Satyricon, che venne presentato alla 30^ Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, propone un Fellini meno noto e per questo da riscoprire.

Voto: 7,5 

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