Van Gogh – At Eternity’s Gate

Recensione in anteprima – Venezia 75 – In concorso – Coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile a Willem Dafoe per “At Eternity’s Gate” ed è un biglietto da visita importante per un film che descrive gli ultimi anni di vita del pittore Vincent Van Gogh. Un interessante affresco degli anni più tormentati e ricchi di pittura e di arte dell’immortale artista. Al cinema dal 3 gennaio.

Fuori dal suo tempo

È di sole che ha bisogno la salute e l’arte di Vincent van Gogh (Willem Dafoe), insofferente a Parigi e ai suoi grigi. Confortato dall’affetto e sostenuto dai fondi del fratello Theo (Rupert Friend), Vincent si trasferisce ad Arles, nel sud della Francia e a contatto con la forza misteriosa della natura. Ma la permanenza è turbata dalle nevrosi incalzanti e dall’ostilità dei locali, che biasimano la sua arte e la sua passione febbrile. Bandito dalla ‘casa gialla’ e ricoverato in un ospedale psichiatrico, lo confortano le lettere di Gauguin (Oscar Isaac) e le visite del fratello. A colpi di pennellate corte e nervose, arriverà bruscamente alla fine dei suoi giorni.

“At Eternity’s Gate” è il titolo di un opera proprio di Vincent Van Gogh. Si tratta di un dipinto ultimato un paio di mesi prima della sua tragica morta. Nel quadro, un uomo anziano seduto su una sedia, chiuso in se stesso, con tanto di mani chiuse a pugno sugli occhi. Quasi una proiezione dell’animo dell’artista più volte messo a dura prova dalla totale conflittualità tra il suo animo solare e la società che non lo comprende e lo relega ai margini.

Il regista Julian Schnabel, già pittore, non è al suo primo film sulla pittura, ha già diretto “Basquiat” biopic sull’artista e writer statunitense morto anch’esso prematuramente a 37 anni come Vincent Van Gogh. Qui dirige egregiamente un fantastico Willem Dafoe in quello che vuole essere un Vincent Van Gogh non solo genio incompreso ma anche uomo positivo e innamorato della natura e della luce.

Il caos (dis)ordinato

Il film si concentra sugli ultimi anni di vita dell’artista e cerca, con una sapiente regia immersa nei colori, di portare sullo schermo la visione di Van Gogh. E’ una visione carica di colori caldi, di rumore del vento, di lunghe passeggiate nella natura, sotto il sole e con una luce chiara.

Tutta la solarità e la positività che Van Gogh trova nella natura e che lui riesce a dipingere attraverso pennellate frenetiche, furtive ma precise non hanno riscontro nella sua vita da uomo, fratello, amico.

E’ un caos, ordinato nella mente dell’artista che si fa disordine e velata pazzia all’esterno per poi farsi arte all’interno di un quadro. Colori e pennellate prendono forma direttamente nella visione di “At Eternity’s Gate” grazie anche alla ricerca di quei paesaggi che hanno ispirato l’artista.

La morte e il successo successivo

Julian Schnabel offre una visione della morte di Vincent Van Gogh molto meno allineata agli studi comuni. Il regista lascia la questione molto aperta così come, in teoria, lo è ancora seppur la pista del suicidio è quella più accettata.

Le centinaia di dipinti dell’artista troveranno fortuna solo dopo la morte dell’autore. In vita Vincent Van Gogh è stato alquanto incompreso e relegato  prima in esilio volontario e poi internato con la storica vicenda del taglio dell’orecchio.

Van Gogh è anche protagonista della produzione cinetelevisiva degli ultimi 70 anni con oltre trenta opere a lui dedicate tra biopic, film e documentari. In “At Eternity’s Gate” vi è un’incarnazione autentica attraverso le sembianze di uno straordinario Willem Dafoe. Attore sessantenne che, all’anagrafe non potrebbe reggere un confronto con i soli 37 anni dell’allora Van Gogh ma che, attraverso quell’imbruttimento dovuto alla vita di stenti e di incomprensioni risulta perfetto per il ruolo.

Voto: 7,2

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