Green Book

Recensione in anteprima – Il film ha vinto il Golden Globe 2019 come miglior commedia, miglior sceneggiatura e miglior attore non protagonista (Mahershala Alì). Premio del pubblico al Toronto International Film Festival, Mill Valley Film Festival e Philadelphia Film Festival. Numerosi altri premi anticipano l’importanza di un film straordinario con ottime interpretazioni e una regia attenta. Al cinema dal 31 gennaio.

New York City, 1962. Tony Vallelonga (Viggo Mortensen), detto Tony Lip, fa il buttafuori al Copacabana, ma il locale deve chiudere per due mesi a causa dei lavori di ristrutturazione. Tony ha moglie e due figli, e deve trovare il modo di sbarcare il lunario per quei due mesi. L’occasione buona si presenta nella forma del dottor Donald Shirley (Mahershala Alì), un musicista che sta per partire per un tour di concerti con il suo trio attraverso gli Stati del Sud, dall’Iowa al Mississipi. Peccato che Donald sia afroamericano, in un’epoca in cui la pelle nera non era benvenuta, soprattutto nel Sud degli Stati Uniti. E che Tony, italoamericano cresciuto con l’idea che i neri siano animali, abbia sviluppato verso di loro una buona dose di razzismo.

Per le strade dell’ignoranza

“Green Book” ha ben figurato, ricevendo numerosi premi, in molti dei principali festival cinematografici del 2018. L’ultimo premio, il Golden Globe come miglior commedia, è stato consegnato a gennaio 2019. Il film tratta un argomento, il razzismo, che, ancor oggi non è stato debellato dalle menti e dagli atteggiamenti di alcuni. Ma la storia di Tony e Donald ha radici molto lontane nel tempo. Siamo negli anni ’60 e le strade americane son piene di odio razziale e di ignoranza.

Il secondo film da regista solista di Peter Farrelly è un road movie proprio per le strade di questa ignoranza e di questo razzismo. Dopo l’esordio con “Scemo & più scemo” del 1994 e le commedie dirette con il fratello Bobby, Peter dirige quello che è il suo film più maturo e che tratta un argomento serio e profondo.

Il “Libro verde” che da il titolo al film è quel libro che, negli anni sessanta, circolava negli ambienti delle persone di colore. Si trattava di un libro con l’indicazione dei luoghi (ristoranti, alberghi, pub, ecc) nei quali i “neri” potevano andare senza il rischio di non essere accolti o, addirittura, malmenati. Quel libro, che Tony maneggia con malcelata curiosità, diventa il suo vademecum e l’indizio che la realtà che lui ha sempre identificato con le sue stereotipate (e razziste) certezze forse non è così convincente come ha sempre pensato.

Silenzi e parole

Tratto da una storia vera (il figlio di Tony Vallelonga è tra gli sceneggiatori), Tony e Don non possono essere più diversi di come appaiono. Sono agli antipodi non solo fisicamente ma anche caratterialmente e culturalmente. La contrapposizione tra i due fa sì che tra di loro ci siano molti silenzi dovuti a due mondi che proprio non si appartengono e non si vivino reciprocamente. I due universi non si toccano e non hanno nulla da dirsi.

Alla sboccata e non richiesta loquacità di Tony, convinto a non dover dare freno alla propria sconclusionata e ignorante personalità si contrappone la riservatezza, l’aurea da intellettuale quasi snob di Donald. La fisicità dei due dice molto di più ed è apprezzabile quanto i due attori riescano a far parlare i loro corpi modellati sul personaggio. Che la scelta di Viggo Mortensen fosse ambiziosa e non propriamente congruente con l’italianità di Tony Vallelonga è storia nota ma questo non ha limitato l’attore nel presentare al pubblico una convinta e ottima prestazione recitativa.

Pian piano i due si conoscono, si riconoscono per quello che sono guardandosi l’un l’altro. Gli insegnamenti reciproci e l’amicizia permette loro di andare oltre i limiti e i muri che l’ignoranza da una parte e la diffidenza dall’altra hanno creato. Un sottile e continuo gioco tra dramma e commedia che la sceneggiatura sviluppa egregiamente in un susseguirsi di momenti pieni di tensione e di momenti ricchi di risate.

Un mondo pieno di persone sole

“Troppo poco nero, troppo poco bianco, troppo poco uomo”

E’ come si sente Donald. Mentre la non accettazione da parte dei bianchi risulta palese dalle avventure che vivono i due, la non accettazione da parte dei neri viene resa più evidente con il trascorrere della visione. Donald è odiato dai razzisti bianchi ma non è accettato da quelli che sono legati a lui dalla stessa sorte del colore della pelle. Viene visto come troppo “bianco” per essere uno di loro, per quel che fa, per l’atteggiamento che ha.

Ad aggiugere discriminazione a un quadro più complicato vi è l’inclinazione sessuale di Donald. L’omosessualità negli anni sessanta è da ritenersi un’aggravante per la sua accettazione agli occhi del mondo. Donald si sente inesorabilmente solo.

Anche Tony è solo. Ha origini italiane, deve accorciare il suo cognome perché altrimenti diventa troppo difficile per gli altri pronunciarlo. Vive di espedienti, ha un giro d’amicizie che spaziano da quelle più sincere d’infanzia a quelle di dubbia moralità e vicine ad ambienti mafiosi e intolleranti.

Donald vive solo, quasi autorecluso nel suo “finto regno”, Tony vive sempre in compagnia: amici, famiglia. Donald non si lascia mai andare nemmeno quando ha ragione, Tony s’infiamma facilmente. La regia li asseconda e ci permette di apprezzare due attori eccezionali. La regia di Peter Farrelly prende per mano lo spettatore e, attraverso una sceneggiatura ben calibrata, mai banale e mai ipocrita o retorica, ci racconta la straordinaria amicizia di due uomini che vanno oltre le discriminazioni del tempo.

Un film eccezionale, con un cast perfetto e delle immagini e situazioni che fanno bene al cuore. Un film che fa pensare più di quanto vorrebbe e non si lascia andare mai a facili soluzioni. Viggo Mortensen si lancia anche in una recitazione che, a tratti, utilizza il “suo” italiano ed è un piacere sentirlo nella nostra lingua con tutti i suoi errori, ovviamente tutto questo non ci sarà nella versione doppiata.

Voto: 8,4

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