“C’era una volta il West”, 50 anni di un film che raccontava un’epoca

Recensione – 50 anni – Il 21 dicembre 1968 usciva nelle sale italiane un film che, come tutte le opere di Sergio Leone, avrebbe fatto epoca: “C’era una volta il West”, arrivato  dopo la Trilogia del Dollaro firmata precedentemente dal regista romano.

Jill (Claudia Cardinale) scende dal treno che la porta da New Orleans fino a Sweetwater, apparentemente arida terra del West statunitense vicina alla città di Flagstone. Lì ad attenderla vi sarebbe Brett McBain (Frank Wolff) insieme ai suoi tre figli, dopo che l’uomo l’ha tolta dalla prostituzione e ha deciso di portarla nell’Ovest con sé. Ma, giunta alla fattoria, Jill trova tutti e quattro uccisi, massacrati senza pietà.

A sparare ai McBain è stato lo spietato Frank (Henry Fonda), sicario del ricco ferroviere Morton (Gabriele Ferzetti), interessato avidamente al terreno di Sweetwater ma non a conoscenza del fatto che McBain si fosse sposato in segreto. Jill si trova così al centro degli interessi di molti uomini senza scrupoli, ma potrà contare sull’aiuto dell’eccentrico bandito Cheyenne (Jason Robards) e del misterioso pistolero Armonica (Charles Bronson), arrivato anch’egli fin lì in cerca di qualcosa…


L’omaggio di Sergio Leone al western americano e ai suoi volti

La Trilogia del Dollaro aveva già rappresentato l’apice del western italiano. Duelli, trielli, corsa all’oro, banditi e bounty killer, ma anche con uno sguardo alla storia (la Guerra di Secessione alla quale Leone era da sempre interessato e che inserì ne Il Buono, Il Brutto, Il Cattivo). Per il regista era però giunto il momento di rivisitare il genere e di omaggiare i cineasti che l’avevano reso leggenda, uno su tutti John Ford.

L’arrivo di Jill e il suo tragitto verso Sweetwater vennero filmate tra le rocce della Monument Valley che il regista di Sentieri Selvaggi aveva immortalato più volte, rendendole iconiche. Gli aspetti da considerare, però, non si fermano qui. 

La figura del pistolero anziano, decadente, quanto formidabile è quella che corrisponde a Frank. E chi, se non una leggenda del western, poteva interpretarla? Dopo che Leone lo convinse personalmente, Henry Fonda accettò la parte dell’antagonista tornando alle ambientazioni fordiane che visse in Sfida infernale (1946), Il massacro di Fort Apache (1948) e nel controverso Ultima Notte a Warlock (in questo caso per la regia di Edward Dmytryk nel 1959).

Accanto a lui, altre due figure del cinema americano quali Charles Bronson, tra I Magnifici Sette di John Sturges (1960), e Jason Robards, che era stato il Doc Holliday de L’Ora delle Pistole (ancora per la regia di Sturges, 1967) e avrebbe di lì a poco preso parte a La ballata di Cable Hogue di Sam Peckinpah. Quindi troviamo uno degli attori più importanti del panorama italiano, come Gabriele Ferzetti; e, soprattutto, la splendida Claudia Cardinale, già icona di bellezza e talento in film quali La ragazza con la valigia, 8 1/2 e Il Gattopardo. E qui v’è la novità più importante, ovvero scegliere come fulcro del racconto un personaggio femminile, rarità nel genere western.

Verso la fine di un’epoca

Alcuni dei film citati, come abbiamo visto, sono degli anni ’60, i quali hanno segnato una svolta proprio nelle storie del West: meno epica, più storia e soprattutto un netto revisionismo sia per quanto riguarda gli eroi che per i ‘vinti’, in particolare i nativi d’America. Ma, a parte questo, il lungo periodo d’oro del western stava per concludersi, e lo farà a inizio anni ’70.

Era stato raccontato davvero molto ed erano stati prodotti capolavori assoluti e tantissimi film importanti, con le più brillanti stelle di Hollywood ma arriva un momento nel quale oltre il punto più alto non si può andare. I protagonisti di C’era una volta il West denotano lo stesso logorio dei pistoleri d’oltreoceano di quegli anni, ma è da notare come quelle storie di frontiera avrebbero lasciato largo a nuovi racconti contemporanei (la New Hollywood de Il Laureato, ad esempio) e alla modernità del ‘900 anche in sala.

A Sweetwater arrivano gli operai della ferrovia, ovvero il progresso, lo sguardo verso il futuro, al quale soltanto la determinata e sensuale Jill può rivolgersi. Frank infatti risolve tutto con la pistola, il metodo più semplice dove la legge non esiste.

Cheyenne è un bandito scanzonato, dalla condotta sorprendente: un criminale gentiluomo d’altri tempi. Morton è segnato dagli anni e da un fisico che si indebolisce sempre di più, ma la sete di denaro lo spinge oltre il suo stesso limite, dimenticando che il suo sogno d’un tempo era solo quello di unire le due coste attraverso la ferrovia.

Armonica insegue una vendetta che cerca da tanti anni: parla attraverso il suo strumento, e fa cantare la pistola quando serve. Ma tutti fanno parte di un passato ormai finito, nel quale l’unica legge che valeva era quella del più forte.

Henry Fonda and Charles Bronson in C'era una volta il West (1968)

L’unione artistica tra Leone e Morricone

Nel 1968, Sergio Leone e Ennio Morricone avevano già regalato insieme tre film alla storia del cinema. Leone con la sua regia fatta di intuizioni virtuosistiche e di primi piani, Morricone attraverso la sua inimitabile musica. Per C’era una volta il West, il regista romano fissa ancora più da vicino le movenze dei suoi personaggi e li caratterizza con le sue inquadrature, mentre Morricone li descrive con un tema per ciascun principale interprete (fra tutti ricordiamo “Cheyenne”, “Morton” e “L’uomo dell’Armonica”).

Ad essi, il compositore romano aggiunge l’indimenticabile tema portante, che accompagna i momenti più toccanti del film anche grazie alla voce solista di Edda Dell’Orso.

Scritto da Sergio Leone e da Sergio Donati, da un soggetto dello stesso Leone e di Bernardo Bertolucci e Dario Argento, C’era una volta il West incassò all’epoca oltre due miliardi e mezzo di vecchie Lire, uno dei risultati più alti di sempre al botteghino italiano. E, sopratutto, lo affermò come un caposaldo del nostro Cinema che va riscoperto e celebrato, oggi come allora. 

Voto: 9.5

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