Angelo (2018)

Recensione in anteprima – Torino 36 – In concorso – Secondo lungometraggio dell’austriaco Markus Schleinzer, “Angelo” si mostra un prodotto coraggioso seppur imperfetto. Nel raccontare la storia vera di Angelo Soliman l’intento del regista è quello di rappresentare una vicenda in parte dimenticata, per traghettare lo spettatore verso il presente. Così facendo affronta il delicato tema del razzismo e della miseria umana.

Angelo Soliman

Nato Mmadi Make, all’incirca nel 1721 nell’attuale territorio a nord della Nigeria/Camerun, è uno degli esempi più interessanti di quanto il razzismo possa spingersi oltre i limiti dell’umano. Parte probabilmente del gruppo etnico Kanuri, da bambino Mmadi Make venne portato come schiavo a Marsiglia. Fu poi adottato da una marchesa di Messina. Battezzato dalla donna come Angelo, ricevette un’iniziale formazione di base, che lo portò a far parte gradualmente del mondo occidentale europeo.

Diventato in seguito valletto e compagno di viaggio del governatore imperiale della Sicilia, fu introdotto nelle corti viennesi. Dopo il matrimonio con la giovane vedova Magdalena Christiani, sorella del duca di Valmy, Maresciallo di Napoleone Bonaparte, assunse posizioni sempre più di rilievo nel mondo nobiliare dei circoli culturali di Vienna. Venne anche più volte a contatto con Mozart, che trasse da lui ispirazione per il personaggio di Bassa Selim nell’opera “Il ratto del serraglio”.

In vita Soliman fu preso come esempio dell’assimilazione e della purezza africana. Dopo la morte divenne un caso scientifico nello studio della “razza Africana”. Venne infatti spellato, imbalsamato ed esibito nella “Wunderkammer” – camera delle meraviglie – all’interno delle collezioni imperiali, nonostante le molte opposizioni della figlia. Durante la rivoluzione dell’ottobre 1848 la sua mummia bruciò in un incendio. Al museo Rollett di Baden si può trovare ancora in esposizione un calco plastico della testa, eseguito poco dopo la morte.

Un film al di fuori della Storia

Spogliando la vicenda di molte parti, Markus Schleinzer si limita a inquadrarci subito Angelo bambino, scelto, fra i tanti piccoli africani messi in esposizione, dalla contessa interpretata da Alba Rohrwacher, unico volto ben noto a noi spettatori italiani. La contessa assume un comportamento certamente rispettoso nei confronti del giovane Soliman, curiosamente battezzato due volte, cercando per lui un’educazione culturale e linguistica, degna di un giovane europeo.

Tuttavia in lei, nonostante momenti fra lui e il figlio adottato di grande affetto, appare evidente la mentalità razzista. L’Africa viene indicata come un paese di indolenti e incapaci a ragionare. Un paese da salvare grazie all’acculturamento europeo.

Unico legame con il Soliman storico, nel suo rapporto con la musica, sta nelle sue esibizioni col flauto. Ben presto si finisce a inseguire Angelo nella sua crescita fino alla vecchiaia, lasciando molto all’interpretazione del pubblico. Il film è infatti suddiviso in una struttura rigida in tre capitoli e si verificano più volte ellissi. Ogni personaggio che appare, a parte il protagonista, è senza nome. Egualmente manca una chiara indicazione temporale e geografica.

Stile asettico e freddo

Il film si basa su scene spesso scure, soprattutto nelle parti iniziali dove è presente la contessa, sovente illuminate solamente da lumi di candela (e qui non si può non notare il riferimento visivo a “Barry Lindon” di Stanley Kubrick, 1975). I personaggi appaiono quasi come quadri viventi, assumendo toni fantasmatici nelle apparizioni che più volte ricorrono, in cui su sfondo nero si mostrano come su un palcoscenico i vari soggetti della vicenda.

Partendo dall’incipit in cui i bambini in vendita si trovano in un ambiente prettamente moderno illuminato al neon, palese risulta il tentativo di Markus di collegare il passato al nostro presente. Il mondo di Angelo assume toni da dramma teatrale, divenendo lui stesso interprete di scenette barocche ed esibito davanti alle corti. In modo simile, anche se meno brutale, di come già visto in “Venere nera” di Abdellatif Kechiche  2010, racconto con fine altrettanto tragica della breve vita della ragazza ottentotta Saartjie Baartman -.

La vicenda nel complesso appare priva di forti emozioni, e si arriva quasi senza accorgersene al rogo della mummia di Angelo Soliman. Purtoppo le intenzioni del regista assumono dunque toni freddi, che privano di ogni possibile attaccamento emotivo lo spettatore. Comunque la vicenda di Angelo Soliman è sicuramente importante da conoscere, e a Markus Schleinzer va il merito di avercela voluta raccontare.

Voto: 6,2

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