Visages, villages

Recensione – Con ‘Visages, villages’ Agnès Varda e JR. firmano un piccolo gioiello della cinematografia contemporanea: il documentario on the road ambientato nelle zone rurali e per le strade meno battute della Francia, regala un emozionante e delicato viaggio tra la gente comune e le loro storie, diventando riflessione poetica sul potere dello sguardo – immagine e immaginazione, fotografia e cinema -, e sul tempo –la vita, la morte, la memoria. Senza però mai perdere l’ironia.

L’imprevedibile coppia formata dalla (quasi) novantenne regista belga simbolo della Nouvelle Vague e dall’artista e fotografo francese si incontra, comincia a conoscersi condividendo una grande curiosità e la passione per la fotografia e parte in viaggio per le campagne, le spiagge deserte e i piccoli borghi francesi lontani dall’immaginario degli itinerari più conosciuti. Qui incontrano paesaggi e visi e –letteralmente- li sovrappongono: JR. è infatti un artista fotografo che usa la tecnica del collage di foto stampate come gigantografie e incollate sulle più disparate superfici. Ad assisterlo nell’impresa, l’équipe di fidati collaboratori e l’inseparabile camioncino che sembra una macchina fotografica e funziona come una cabina foto, in cui grandi e piccoli entrano incuriositi come fosse un’attrazione itinerante di secoli passati e da cui, in 5 secondi, esce la loro immagine stampata in formato extralarge.

La piccola grande Agnès Varda diventa copilota o forse vera bussola del viaggio: i suoi piedi malfermi esplorano nonostante tutto; i suoi occhi, anche se affetti dalla cataratta, scorgono, scoprono, intuiscono, ricordano, inventano nuove immagini attraverso ciò che riescono ancora a vedere (o a immaginare) con il fuori fuoco. Incrociano quelli di JR. senza però incontrarli mai: lui tiene ostinatamente infilati gli occhiali da sole (uno sguardo oscurato di proposito), che Agnès vorrebbe tanto togliesse, e intanto si arrampica sulle impalcature per dar vita ai loro murales.

Una casa in uno storico quartiere di minatori, un hangar agricolo, i ruderi di un villaggio abbandonato, i container del porto di Le Havre, gli edifici e le torri di un impianto industriale: tutto può ospitare un’opera d’arte, può acquistare un “volto nuovo” se guardato con occhi nuovi, occhi diversi. Ma gli interventi artistici della coppia Varda- JR. non sono fatti per durare in eterno, può bastare anzi un po’ d’acqua per vanificare i loro sforzi, così come accade al collage tratto da una vecchia istantanea scattata da Agnès Varda che immortalava l’amico fotografo Guy Bourdin. Incollata sul bunker precipitato dalla scogliera sulla ventosissima spiaggia di Saint-Aubin, nottetempo è cancellata dalla marea: un gesto d’amore, un omaggio affettuoso che svanisce senza però cancellare il ricordo.

La potenza dello sguardo infatti rimane, la fotografia e il cinema provano a darle una forma, ma lei cambia ancora e ancora, e allora si può solo inseguirla e lasciarsi trasportare, intraprendendo un viaggio in cui l’ispirazione giunge inaspettata nei luoghi più semplici, nelle storie più comuni. L’ordinario che, sotto la spinta dell’immaginazione, svela la sua essenza straordinaria; l’immaginazione che sublima la vita e sfida la morte, si sottrae allo scorrere del tempo o gli cede il passo. “Visages, villages” è quindi anche una riflessione sul tempo: il tempo che toglie e il tempo che dà, il tempo che cambia i ricordi o li cristallizza (molto toccante la visita, in Svizzera, alla casa di Jean Luc Godard che non si fa trovare riaprendo ferite mai sanate nella collega e amica di una vita). I ricordi che svaniscono ma si vorrebbero conservare per sempre.

In questo documentario sui generis, ricco di finti flashback, inserti e digressioni quasi oniriche (la corsa nelle sale italiane del Louvre citando “Band à part”), la malinconia di fondo è costantemente stemperata dalla vena ironica di questa coppia d’oro, dall’entusiasmo contagioso di Agnès Varda e dall’energia di JR., dai loro siparietti e dalle affettuose prese in giro di un giovane artista nei confronti di un vero mostro sacro della storia del cinema (e prima regista donna ad essere stata premiata con un Oscar alla carriera proprio quest’anno) che, a tono e con giovanissima verve, risponde divertita. Sospeso tra passato e futuro, il dialogo tra volti e posti continua: allora la torre d’acqua di una fabbrica diventa il luogo prediletto per incollare dei giganteschi pesci, così come sui vagoni di un treno-cisterna trova posto la foto dei piccoli piedi e dei grandi occhi rugosi di Agnès Varda. Così, come le dice JR., “Questo treno andrà in più posti di quanti tu potrai mai visitare”: nonostante l’inarrestabile scorrere del tempo, nuove strade, nuovi sguardi , nuovi ricordi, nuovi visi, nuovi villaggi. E il viaggio ricomincia, o non è mai finito.

Voto: 8,3

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