Gleno, all’inferno non c’è solo il fuoco

Recensione – Film del 2013 di Tiziano Felappi prodotto dall’indipendente “Effetto Cinema” che ha la funzione di portare a conoscenza e ricordare la tragedia della diga del Gleno del primo dicembre 1923 nel quale perirono più di 500 persone.

Primo dicembre 1923. Il giorno del crollo della diga del Gleno, tra la Valle di Scalve e la Valcamonica, il cedimento strutturale di quella montagna di cemento che, in realtà, si sapeva non essere totalmente di cemento. Appalti gonfiati e trucchetti del mestiere, allora come oggi, e i muri e le arcate, fatte di calcina e non adatte a reggere l’urto di tutta quell’acqua: bastò infatti la forte pioggia a far crepare i secchi muri, ad aprirsi un varco innaturale, a far scivolare fino in valle milioni di metri cubi di acqua.

La tragedia della diga del Gleno non è conosciutissima. Mentre è storia risaputa nella Valle di Scalve e nelle zone limitrofe, non ha, o non ha più lo stesso ricordo di tragedie, purtroppo, ben più famose come il “Vajont” per esempio, che, accadrà 40 anni dopo coinvolgendo, nuovamente una diga.

Mentre la diga del Vajont è intatta come lo era al tempo del disastro, la diga del Gleno invece, è, per buona parte, crolalta. La parte ancora in piedi viene ripresa all’inizio del film con immagini aeree e sarà anche una delle scene conclusive, nel mezzo la storia tratta dal romanzo di Paolo Fontana che da il titolo anche al film di Tiziano Felappi.

“Gleno, all’inferno non c’è solo il fuoco” non è un documentario ma un vero e proprio film che ripercorre la vita dei primi anni venti in quelle valli. La storia si concentra su alcuni personaggi fondamentali della vicenda reale mescolati a personaggi inventati ma verosimili e che testimoniano come le decisioni scellerate di alcuni abbiano avuto conseguenze importanti sulla vita di tutti i giorni della maggioranza degli innocenti che abitavano quei paesi.

Il film è stato prodotto da Effetto cinema, un’associazione culturale indipendente nata nel 2013 con l’intento di raccontare storie attraverso l’arte del cinema indipendente: storie inventate o tratte da libri o ancora storie legate ai territori della Vallecamonica e limitrofi. Come si può capire, i mezzi a disposizione dell’associazione sono pochi e molto limitati dagli investimenti in attrezzature professionali di base.

Nonostante il poco budget e la poca strumentazione il film risulta accurato e perfettamente in linea con quanto di meglio si può trarre con i limitati mezzi uniti a un reparto artistico non professionista. La recitazione, infatti, più teatrale che cinematografica ha ampi spazi di miglioramento. Il montaggio ha evidenti problemi di continuità scenica. La regia di Tiziano Felappi è sicuramente attenta ma imbrigliata dai limitati mezzi tecnici che si riconducono essenzialmente a una videocamera senza possibilità di carrelli o gru che avrebbero reso più dinamica al visione.

Quando ci si trova davanti a questo genere di film, però, l’importanza storica e di divulgazione della memoria di fatti avvenuti sul territorio passa in primo piano rispetto all’aspetto meramente artistico e tecnico. La consapevolezza, inoltre di una pellicola scritta, diretta e interpretata praticamente con budget pari a zero o poco più deve solo far fare i complimenti alla casa di produzione e alla passione del regista per aver creato un film interessante e che cerca, in tutti i modi di farci rivivere il dramma generale della diga del Gleno attraverso gli occhi di una vicenda particolare amorosa e famigliare.

E’ lo stesso meccanismo di “Vajont” di Renzo Martinelli e con la sottolineatura delle colpe evidenti del disastro. Colpe che hanno un nome e cognome ben precisi e che si possono semplicemente rimandare alla categoria più grande dell’avidità umana. Un’avidità che si interessa poco della sicurezza dei lavoratori, che si fa beffe di leggi e regolamenti, che compra le perizie ministeriali che altrimenti avrebbero evidenziato la poca qualità dei materiali e la poca professionalità tecnica nel costruire una diga che doveva invece essere costruita a regola d’arte per poter essere sicura e utile.

Questo aspetto nel film di Felappi viene messo ben in evidenza ed è l’aspetto più importante del film. L’obiettivo principale che va al di là di tutti i difetti di produzione, regia, montaggio, ecc… persino lo sbaglio ammesso dal regista per esigenze di produzione di inserire una Fiat Balilla nel 1923 quando quest’auto non è stata prodotta prima del 1932.

“Gleno, all’inferno non c’è solo il fuoco” è un film molto importante per non dimenticare quanto l’animo umano possa essere corruttibile e pericoloso per gli altri quando di mezzo ci sono progetti che coinvolgono famiglie e interi paesi. E’ un pezzo di storia italiana che deve essere ricordata e raccontata così come alla fine del film viene raccontata e ricordata da un padre a sua figlia.

Voto: 6

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