Un sacchetto di biglie (2017)

Recensione in anteprima – Il regista di Belle & Sebastien – L’avventura continua, il canadese Christian Duguay, torna a dirigere con maestria piccoli grandi attori che si cimentano con una storia vera e universale: il romanzo bestseller di Joseph Joffo Un sacchetto di biglie.

Parigi. Joseph (Dorian Le Clech) e Maurice Joffo (Batyste Fleurial) sono due fratelli ebrei che, bambini, vivono nella Francia occupata dai nazisti. Un giorno il padre dice loro che debbono iniziare un lungo viaggio attraverso la Francia per sfuggire alla cattura. Non dovranno mai ammettere, per nessun motivo, di essere ebrei.

La prima cosa da constatare riguardo a “Un sacchetto di biglie” riguarda il grosso problema distributivo in Italia. Il film, infatti, è stato registrato nell’autunno del 2015, distribuito in Francia nel gennaio del 2017 ed era già pronto nel marzo successivo per il mercato italiano. Purtroppo la distribuzione effettiva, in Italia, arriva soltanto adesso, in pratica un anno dopo la diffusione nel territorio francese.

“Un sacchetto di biglie” di Joseph Joffo è stato scritto nel 1973 ed è diventato un classico romanzo quasi obbligatorio per i giovani francesi in età scolare. La sua lettura è da raccomandare a tutti i ragazzi del mondo così come la lettura di altri libri come “Corri ragazzo corri”, “Il bambino con il pigiama a righe”, “Il viaggio di Fanny”, e, ovviamente, “Il diario di Anna Frank”. Tutti libri con protagonisti i bambini in periodo di guerra e di persecuzione razziale.

Ci vorrebbe una pausa di riflessione al solo pensare che quei libri sono la trascrizione di quanto i protagonisti hanno realmente vissuto e subito. La parte più debole, i bambini, della parte più debole della popolazione, gli ebrei, gli emarginati, i malati, deve affrontare una grande sfida: crescere in fretta per salvarsi.

Questo e molto altro insegnano quei libri portati poi sul grande schermo in diverse occasioni. Nello specifico, “Un sacchetto di biglie” è già stato trasposto nel film omonimo del 1975, diretto da Jacques Doillon, quindi, il nuovo lavoro di Christian Duguay, a più di 40 anni di distanza ne rappresenta un remake in buona parte diverso.

Concentrato sull’avventura della fuga e del punto di vista dei due bambini, il film non è governato dal ricordo come lo è il libro, ma si erge a narrazione “in diretta” degli eventi e questo raccontare lo rende più vicino allo spettatore come se fosse accompagnato e compagno di quanto accade.

Christian Duguay è il regista di “Belle & Sebastien: l’avventura continua” e di diverse mini serie tv storiche soprattutto del periodo della seconda guerra mondiale. L’esperienza del regista nell’approfondire i rapporti di famiglia si manifesta anche in questo film così come la scenografia e i costumi testimoniano una perfetta ricostruzione storica. Il lavoro fatto dal regista sui due protagonisti, il piccolo Dorian Le Clech e il più grande Batyste Fleurial è un valore aggiunto al film che dimostra il talento dei due piccoli interpreti.

“Un sacchetto di biglie” è fuga come lo era per il piccolo protagonista di “Corri, ragazzo corri”, è ancora corsa verso la terra libera come in “Il viaggio di Fanny” ed è negazione della propria identità come in questi due film e come in altri. La negazione di essere ebrei, la negazione di poter essere bambini che possano vivere una vita normale quando la normalità, in quegli anni, aveva abdicato per una dinamica di rapporti basati sulla forza, sui giochi di potere subdoli e sulla salvaguardia di sè stessi anche a costo di mettere nei guai gli altri.

La corsa verso i luoghi dove gli “orchi” nazisti non possono arrivare, come se il viaggio possa essere un’avventura di fantasia è una chiave di lettura per comprendere la potenza del ricordo di certi avvenimenti. Un ricordo, ancora una volta, per non dimenticare MAI che, come scrisse Primo Levi “… meditate che questo è stato”.

“Un sacchetto di biglie” è un film da far vedere a ragazze e ragazzi di ogni età così come è consigliata anche una visione agli adulti. Una buona regia non si lascia andare troppo ai cliché, alle banalità e la retorica che sono facili da inserire in questi casi. Esiste sì una certa ricerca della commozione ma è anche dettata dagli eventi che vengono narrati e, dal comprendere la profondità delle ferite inflitte a dei poveri bambini.

Voto: 6,8

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