My name is Emily

Recensione in anteprima – Dopo numerosi riconoscimenti dalla critica, arriva in Italia il film di Simon Fitzmaurice, scomparso da pochi giorni. Un bellissimo road movie sull’adolescenza e sugli affetti familiari. Al cinema dall’1 novembre.

Dopo la morte prematura della madre Emily ha vissuto con suo padre Robert, un eccentrico autore di best sellers, fino a quando questi è stato internato in un istituto per malattie mentali e lei è stata affidata a una famiglia in cui non si trova a suo agio. Ha però continuato a ricevere per il suo compleanno gli auguri del padre. Giunto il sedicesimo genetliaco senza alcun biglietto, Emily decide di andarlo a trovare per capire cosa sta accadendo. Trova la collaborazione di Amber, l’unico compagno di classe che la comprende.

E’ stato un onore aver ricevuto, tramite l’ufficio stampa, la possibilità di visionare in anteprima per l’Italia questo film. Disperso nelle incredibili logiche di distribuzione tutte italiane, il film arriva finalmente sui nostri schermi dopo numerose partecipazioni ai festival e un alto gradimento da parte di pubblico e critica. Il film, è stato prodotto nel 2015, con la sua première data 7 luglio 2015. Un ritardo, quello italiano, imperdonabile e alleviato solo dal secondo posto ricevuto al Giffoni Film Festival del 2016. E’ con tristezza invece, che apprendiamo che il regista Simon Fitzmaurice è venuto a mancare proprio qualche giorno fa (il 26 ottobre) a causa della sua malattia.

C’è molta voce fuori campo nella prima parte del film e questo non disturba affatto, si tratta di Emily che descrive le sue passioni, la sua vita, cosa le sta accadendo come invece non riesce a fare nel mondo reale, quello degli altri, quello che i suoi simili vivono. E’ una metafora, in pratica della malattia del regista, costretto dalla SLA a non potersi muovere ma allo stesso tempo, grazie al riconoscimento dei movimenti degli occhi e del viso, riuscire a scrivere e dirigere questo suo primo e unico lungometraggio.

“My name is Emily” è un viaggio all’interno della voglia di comunicare della protagonista. La sua indole, il suo carattere, profondamente segnati dalla tragedia improvvisa vengono magistralmente espressi da una perfetta Evanna Lynch che, nonostante abbia in realtà una decina d’anni in più rispetto all’età di Emily (16) si destreggia in maniera impeccabile tra le paure, i dolori, le gioie e le scoperte di una teenager con grandi problemi famigliari alle spalle.

“Non esistono i fatti, esistono solo punti di vista”

E’ un concetto che viene ripetuto diverse volte da Emily proprio per far capire come la sua mente, il suo modo di pensare, mutuato un po’ dalle idee del padre, sono diverse rispetto al modo di pensare dei teen a cui siamo abituati o che “i grandi” vogliono imporre. Senza scadere nel facile relativismo o nell’associazione banale che non serva studiare o imparare, non è questo il messaggio, la volontà di Emily è quella di essere sé stessa e, allo stesso tempo, ritrovare il suo posto nella famiglia, nella società, un giusto spazio per le sue naturali, immancabili e camuffate pulsioni.

“Ma tu che problemi hai?”

Questa la frase sfida, la minaccia di chi non capisce le stranezze di Emily che fa fatica a relazionarsi con i suoi coetanei, che non segue la moda, che non dona confidenza a nessuno. Una condizione sottolineata dal regista con estrema cura dei particolari: primi piani dei respiri di Emily, dei suoi occhi sperduti e, comunque concentrati sulla meta, nelle scene di contatto emotivo, collaborativo e fisico con Amber.

La pellicola di Simon Fitzmaurice scandaglia i sentimenti e le caratteristiche di una teen problematica e introversa per esprimere i mali di una società troppo attenta alla catalogazione, quasi snob nei confronti di chi ha preso i propri punti di riferimento e, purtroppo non ha più il ritmo di stare al passo con gli altri. Si diventa quindi strani solo perché non si è in grado di intraprendere una strada già segnata e battuta da altri.

Come invece invita il padre di Emily nelle sue lezioni, non bisogna concentrarsi sull’evitare la morte, averne paura, si morirà, tutti ma il come arrivarci che ci differenzia, a patto di seguire una propria strada e non la strada che hanno già creato altri. La differenza tra vivere e lasciarsi vivere.

Voto: 7,7

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Giuseppe Bonsignore

Fondatore di Cinematik.it nel lontano 1999, appassionato di Cinema occupa il suo tempo impiegato in un lavoro molto molto molto lontano da film e telefilm. Filmaker scadente a tempo perso, giornalista per hobby, recensore mediocre, cerca di tenere in piedi la baracca. Se non vede più di 100 film (al cinema) all'anno va in crisi d'astinenza.

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