Lo spazio che ci unisce

Recensione – Il nuovo film di Peter Chelsom si indirizza verso un preciso pubblico adolescenziale e giovanile. In un mix non perfettamente riuscito di fantascienza, dramma e soprattutto sentimenti in bella vista, il regista si avvale di attori giovani sulla cresta dell’onda. Uscito in Italia direttamente su Netflix il 3 giugno 2017.

Durante una missione su Marte un’astronauta si scopre incinta e dà alla luce un figlio sul Pianeta Rosso, morendo durante il parto. Il ragazzo, Gardner, per via della diversa gravità, ha un cuore debole ed è costretto a crescere su Marte finché, arrivato ai sedici anni, non convince gli scienziati a tentare terapie sperimentali per riportarlo sulla Terra. Qui è in contatto con una ragazza conosciuta online, Tulsa, e spera insieme a lei di ritrovare suo padre, di cui ha solo una foto.

Scritto da Allan Loeb (“21”, “Mia moglie per finta”, “Due cuori e una provetta”), e diretto da Peter Chelsom (“Serendipity”, “Shall We Dance?”) “The Space Between Us” (“Lo spazio che ci unisce”) arriva in Italia direttamente su piattaforma Netflix senza passare dalle sale cinematografiche. Disponibile  dal 3 giugno 2017 il film rappresenta un punto di incontro di diversi generi dal fantascientifico all’azione, dal sentimentale al teen-drama.

Pensato specificatamente per un pubblico giovanile ed adolescenziale la pellicola è molto lineare per quanto riguarda la trama e lo svolgimento dell’intera vicenda. Ci viene presentata la vicenda iniziale che crea l’inconveniente e poi ci si focalizza su Gardner (Asa Butterfield) e sulla sua ricerca di tornare “terrestre” per trovare il suo genitore superstite. Ovviamente c’è l’immancabile storia d’amore. Ben strutturata in fin dei conti ma semplice come deve essere per l’età dei ragazzi coinvolti, anche se Britt Robertson (Tulsa) ha 27 anni e, visibilmente, non è più in età da adolescente delle superiori. Un po’ più attendibile è Asa Butterfield. Sicuramente più in parte con quel suo smarrimento ingenuo dato anche dalla giovanissima età.

Britt Robertson, inoltre, sembra ormai abituata a film di poco spessore e leggeri, dal deludente “Tomorrowland” al sentimentale “La risposta è nelle stelle”, prendendo un po’ il posto della Shailene Woodley di “Colpa delle stelle”, altro film che, vagamente viene ricordato in questo “Lo spazio che ci unisce”.

Durante tutta la verosimile e fantascientifica vicenda torna in mente anche un altro film che, però è un po’ datato. Si tratta di “Ladyhawke”, film cult del 1985 di Richard Donner con Michelle Pfeiffer e Rutger Hauer. La dinamica tra l’incontro impossibile tra due realtà inconciliabili come sole e luna, giorno e notte viene richiamato dall’impossibilità duratura di avere Tulsa e Gardner nello stesso posto, sullo stesso pianeta. Un altra dura lotta contro la natura, per far fiorire, la cosa più naturale che c’è: l’amore.

Malgrado una conclusione ampiamente prevedibile e con un colpo di scena anche abbastanza ridicolo che non lascia spiazzato nessuno il film riesce nel suo intento principale e cioè nell’intrattenere con una storia non memorabile ma che fa sognare un pubblico giovanile senza troppe pretese.

Voto: 6

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Giuseppe Bonsignore

Fondatore di Cinematik.it nel lontano 1999, appassionato di Cinema occupa il suo tempo impiegato in un lavoro molto molto molto lontano da film e telefilm. Filmaker scadente a tempo perso, giornalista per hobby, recensore mediocre, cerca di tenere in piedi la baracca. Se non vede più di 100 film (al cinema) all'anno va in crisi d'astinenza.

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