King Arthur, il potere della spada

Recensione in anteprima – Il regista Guy Ritchie torna al cinema offrendoci una reinterpretazione più irriverente del classico mito di Excalibur, cercando di replicare la formula che aveva decretato il successo dei due “Sherlock Holmes” con Robert Downey Jr. e Jude Law, formula che questa volta si scontra con i toni epici delle leggende arturiane. Dal 10 Maggio al cinema.

Tutti conoscono la leggenda di re Artù e dei cavalieri della tavola rotonda e molte sono state le trasposizioni cinematografiche che nel corso del tempo hanno raccontato la stessa storia in versioni diverse. “King Arthur, il potere della spada” è un film di Guy Ritchie in tutto e per tutto (se conoscete altre sue produzioni allora sapete cosa aspettarvi), nelle sue mani questo mito assume un aspetto nuovo, più action, più fantasy. Il regista, pur conservando gli elementi tematici essenziali, imprime il suo stile dinamico e frenetico alla leggenda cavalleresca creando un film dal taglio molto più moderno. L’azione prende così il sopravvento sulla narrazione che fin da subito risulta confusionaria e superficiale.

Quando il valoroso re Uther Pendragon (Eric Bana, “Troy”, “Star Trek”), padre del piccolo Artù, viene assassinato, suo zio Vortigern (Jude Law, “The Young Pope”) si impadronisce del trono di Camelot grazie all’alleanza con l’oscuro stregone Mordred. Privato dei diritti che gli spetterebbero per nascita e senza sapere chi sia realmente, Artù (Charlie Hunnam, “Sons of Anarchy”, “Pacific Rim”) riesce a sopravvivere nei vicoli più degradati della città di Londinium (la versione romana della capitale inglese) e solo quando estrae la mitica spada dalla roccia la sua vita cambia radicalmente. Con l’aiuto di una giovane Maga (Astrid Bergès-Frisbey, “Pirati dei Caraibi oltre i confini del mare”) è costretto a guardare al suo passato e ad accettare l’eredità che gli spetta di diritto.

Come potete notare, la trama non spicca per originalità e non riesce a catturare lo spettatore. Gli eventi si susseguono un po’ troppo velocemente per lasciare spazio alle spettacolari sequenze d’azione, il vero punto forte della pellicola. Così facendo la stessa estrazione di Excalibur dalla roccia (il momento più atteso da tutti) passa in secondo piano. Il rapporto tra Artù e la spada avrebbe richiesto uno sviluppo più approfondito, visto il ruolo dominante che essa ricopre nella vicenda.

Non è solo la trama che ha subito una rivisitazione; lo stesso personaggio di Artù più che un eroe qui appare come una canaglia, un ragazzo di strada cresciuto in un bordello che ha imparato a sopravvivere rubando e sottraendosi alla legge insieme ai suoi compagni. Come già capitato per “Sherlock Holmes”, Guy Ritchie stravolge le caratteristiche tipiche del protagonista. Non aspettatevi di trovare in Artù un eroe romantico senza macchia, ma piuttosto una persona che combina impertinenza e spavalderia. Più che di Artù sembra la descrizione di Robin Hood.

Insomma, se con “Sherlock Holmes” Guy Ritchie era riuscito a trovare un delicato equilibrio tra modernità ed elementi classici, qui l’esperimento funziona solo a metà. Complice una sceneggiatura fin troppo sterile, “King Arthur, il potere della spada” punta tutto sullo straordinario impatto visivo delle sue battaglie, senza mai prendersi troppo sul serio. Un film scatenato, irriverente e spaccone che attirerà gli amanti dell’azione pulp e i fan di Ritchie, ma lascerà indifferenti molti.

Curiosità: in un piccolo cameo, con il volto sfregiato e il naso rotto appare anche David Beckham, nel ruolo di una delle Maschere Nere di Vortigern.

Voto: 6

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