Beata ignoranza

Recensione – Due anni dopo “Se Dio vuole”, tornano sullo stesso set Marco Giallini e Alessandro Gassmann. Un film che parla di moderno con una sceneggiatura stanca e dai toni vecchi ed esagerati. Un film sulla comunicazione che comunica poco o nulla.

Ernesto e Filippo si conoscono da una vita, ma non si rivedevano da 25 anni: a dividerli è stato l’amore per la stessa donna, Marianna, e la nascita di una figlia, Nina. Ora però si sono ritrovati ad insegnare nello stesso liceo, l’uno italiano, l’altro matematica, e a dividerli è subentrato il loro modo di gestire il rapporto con le alte tecnologie: Ernesto ha un Nokia del ’95, non possiede un computer ed è sconvolto davanti al dilagare dei social media; Filippo invece vive di selfies, chat e incontri in rete. Le rispettive preferenze non possono non influire sullo stile accademico dei due docenti nonché sulle loro relazioni personali, e l’attrito esplode proprio in classe, debitamente filmato e condiviso su Internet. Nina intercetta quel video virale e decide di girare un documentario creando un esperimento antropologico secondo cui Ernesto dovrà imparare ad utilizzare computer, smartphone e social, mentre Filippo dovrà disintossicarsi da qualsiasi comunicazione virtuale, con l’aiuto di un gruppo di sostegno per la dipendenza online. E poiché Nina ha una conoscenza personale di entrambe le sue cavie la situazione è destinata a complicarsi e ad assumere sfumature tragicomiche.

Alessandro Gassmann e soprattutto Marco Giallini sono tra gli attori più utilizzati nelle recenti commedie italiane, lo dimostrano i numerosi film a cui hanno partecipato negli ultimi anni. 16 negli ultimi 6 anni per Giallini, 14 per Gassmann nello stesso periodo. Dopo l’esperienza insieme in “Se Dio vuole”, i due, ancora una volta si ritrovano a interpretare due personaggi agli antipodi. Il moderno, Filippo, un giggioneggiante Alessandro Gassmann e un burbero legato al classicismo Ernesto di un Marco Giallini che si ritrova nuovamente a parlare di tecnologia, telefonini e sui mali di questi aggeggi moderni dopo il fortunato e ben riuscito “Perfetti sconosciuti”.

Mentre l’acclamato film di Paolo Genovese aveva un abito da commedia amara teatrale che stava anche stretto all’intera pellicola, l’opera di Massimiliano Bruno, alla sua quinta regia, soffre nuovamente dei difetti dei suoi precedenti film, ricorda, per certi versi quel “Confusi e felici” che era tenuto in piedi solo da qualche estemporanea maestria degli attori coinvolti.

Tutto nel film di Massimiliano Bruno sembra esageratamente estremizzato, e non sembra voluto ma appare come la paura di non indicare bene il concetto. Vi è infatti sovrabbondanza di informazioni, più e più volte i caratteri decisi dei due protagonisti vengono rimarcati e, alcune volte, il messaggio già chiaro, risulta forzato: con tutta la comunicazione che abbiamo a disposizione, stiamo fissi sul cellulare e sulle chat ma non comunichiamo niente. Non diciamo niente di noi stessi tanto che siamo diversi in rete da quanto invece siamo in realtà. Più veri o più falsi è solo un gioco di prospettiva, di profili con i quali ci si relaziona, di gruppi o chat nelle quali si scrive.

Se il messaggio è chiaro, lodevole, interessante e oltremodo attuale, lo svolgimento risulta abbastanza incostante, confuso e legato a tecnicismi vecchi e superati. Scene con colloqui assai banali e situazioni paradossali si sprecano cercando di far sensazione colpendo con frasi ad effetto e colpi di scena che, nel 2017, a livello sociale non lo sono più. Tutto è estremo, come detto, senza una logica ma solo per ribadire il concetto della superficialità affettiva di Margherita, per esempio, o allo stereotipo costante della finta risolutezza giovanile di Nina.

Personaggi teatrali a tratti, macchiette variopinte, personaggi stereotipati che, forse, sarebbero stati più adatti ad un palcoscenico e non a un film. Il film non ha nemmeno un ritmo univoco e costante, nella prima parte infatti si abusa al limite dello stucchevole della parta parete, della frantumazione della stessa con dialoghi dei protagonisti diretti in camera e rivolti al pubblico in sala. Altre spiegazioni non necessarie. La seconda parte è libertà di gioco dei due attori principali, senza grande controllo e rimarcando situazioni già viste.

Ci si diverte poco in questo “Beata ignoranza”  con un cast sottoutilizzato soprattutto per la Carolina Crescentini, relegata in un ruolo importante per la vicenda ma che non può esprimere le sue capacità recitative. All’inizio, sin da subito il pensiero va a don Buro con la famosa frase tratta da “Vacanze in America”.

Voto: 5,4

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