Il film del giorno in tv: “Hugo Cabret”

Film in tv – Sabato 7 gennaio 2017 – ore 21.15 RAI4 – Per gli amanti del cinema, per chi ha ancora il coraggio di sognare, per chi segue i lavori di Martin Scorsese, per chi ha nostalgia del cinema artigianale, per chi quel cinema artigianale lo ha apprezzato in sala con la modernità di un prezioso 3D.

hugo-cabret-grande-OkStasera su Rai 4 alle 21.15 andrà in onda Hugo Cabret, primo film in 3d di Martin Scorsese del 2011, adattamento del romanzo per ragazzi La straordinaria invenzione di Hugo Cabret di Brian Selznick. Hugo Cabret (Asa Butterfield) è un ragazzino dodicenne che vive nella Parigi degli anni ’30. Da quando è morto il padre (Jude Law) vive da solo nella stazione di Montparnasse sostituendo lo zio (anch’egli deceduto) nella riparazione dell’orologio e facendo piccoli furti, cercando di sfuggire alle grinfie di un buffo e inflessibile capostazione interpretato da Sacha Baron Cohen. Hugo sta lavorando per portare a termine un’affascinante invenzione del padre, che lo porterà a vivere un’avventura insieme alla piccola Isabelle (Chloë Grace Moretz), figlia adottiva del regista Georges Méliès, (interpretato da Ben Kingsley), autore del mitico film Viaggio nella luna del 1902, che ormai anziano possiede un negozio di giocattoli all’interno della stazione.

Recensione dal blog del noto critico Caprara:

“Hugo Cabret” è un film estremista, abitato com’è in ogni angolo dell’inquadratura da un’esaustiva, febbrile, vertiginosa passione per l’arte chiave del Novecento che lo veicola e rappresenta. Martin Scorsese, senza dubbio uno dei giganti del cinema della nostra epoca, l’ha concepito, persino in antitesi alle proprie corde, affinché ricrei nei modi della favola la meraviglia del fascio di luce che dal buio materializza “altri mondi” sulla superficie di un grande schermo. E’ singolare, certo, il fatto che venga ad aggiungersi nella stessa stagione a “The Artist”, quasi a comporre col film francese un dittico sulla persistenza del desiderio e del sogno che incarnano la formula originaria del cinema; ma non sarà solo la disfida degli Oscar a decidere quale sia il più importante, proprio perché in entrambi la ricostruzione ambientale, la citazione filologica, il taglio stilistico si rivolgono (o fingono di rivolgersi) esclusivamente ai disincantati e smaliziati spettatori contemporanei.
In questo senso, ancorché ammaliati dalla grandiosità dello spettacolo scorsesiano, “Hugo Cabret” ci appare meno sorprendente, più concettoso, sin troppo ancorato nelle continue accensioni poetiche alla chiave neo-infantile di certi classici della scuola di Spielberg. Per essere ancora più espliciti, non sono rari i momenti in cui il ritmo si siede, i dialoghi si appesantiscono e lo sfoggio tecnologico sfugge al fine di aggiornare alle sterminate potenzialità odierne le gesta dei pionieri per rinchiudersi, invece, in un ordinario virtuosismo autoreferenziale. L’antidoto potrebbe essere quello d’abbandonarsi alle proposte tipiche della favola, una serie di situazioni eccezionali che “esplodono” nella quotidianità di personaggi umili, credibili, quotidiani. Il film lavora per questo, insistendo sin dal prologo sull’apparente riconoscibilità delle sue cartoline animate: l’orfano Hugo sopravvive, infatti, in incognito all’alba degli anni Trenta negli anfratti della stazione Montparnasse di Parigi. La sua prima ossessione è quella di fare funzionare gli innumerevoli e spesso giganteschi orologi, ma gli spietati guardiani non s’inteneriscono e anzi gli danno una caccia spietata; ignorando, peraltro, che la vera missione del ragazzino dagli occhi blu consiste nel tentare di riparare il robot incompiuto che gli ha lasciato in eredità il padre, rubando senza sosta, sempre all’interno della stazione, ingranaggi e rotelle nel misterioso negozio del burbero giocattolaio Georges. Scorsese s’identifica chiaramente in questo bel personaggio (Ben Kingsley) che rende onore a Méliès, il primo artefice del cinema come magia illusionista (gli effetti speciali ante litteram) morto disilluso e dimenticato: un transfert delicato e sincero, nel corso del quale si arriva a sostenere che la passione totalizzante per il cinema non può che condurre all’annullamento di sé e all’ingratitudine della società dei “normali”. Peccato che questa ricerca del padre (cinematografico), questa strenua “voglia di credere” paghino un prezzo al mastodontico compiacimento, al sensazionalismo didattico, alla musica edificante.

2 comments

  1. film “minore” di Scorsese, sperimentale e spielberghiano se vogliamo, ma il piglio del 70enne che ha visto e girato di tutto, e tra gli autori di cinema è probabilmente il più cinefilo di tutti – non mi citate Tarantino che è un’altra cosa, poi se volete ne parliamo – si fa sentire: un gioiellino, un film per l’infanzia e sull’infanzia, ma anche sulla passione filmica che accomuna molti di noi. Ci si diverte ma commuove allo stesso modo. E si lascia rivedere ogni volta con piacere.

  2. non lo trovo un film minore. Sono giuste le virgolette di Papele però. L’ho amato moltissimo questo film e peccato essermelo perso al cinema. Ci è scappata anche la lacrima.

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