La ragazza senza nome

Recensione in anteprima – I fratelli Dardenne propongono nelle sale italiane il loro ultimo film ridotto di 9 minuti rispetto alla versione presentata in concorso al Festival di Cannes del 2016. Lo stile asciutto e dogmatico dei registi belgi si confronta con un film d’indagine, ossessione e senso di colpa tutto privato. In sala dal 27 ottobre.

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Jenny Davin è una giovane dottoressa molto stimata al punto che un importante ospedale ha deciso di offrirle un incarico di rilievo. Intanto conduce il suo ambulatorio di medico condotto dove va a fare pratica Julien, uno studente in medicina. Una sera, un’ora dopo la chiusura, qualcuno suona al campanello e Jenny decide di non aprire. Il giorno dopo la polizia chiede di vedere la registrazione del video di sorveglianza dello studio perché una giovane donna è stata trovata morta nelle vicinanze. Si tratta di colei a cui Jenny non ha aperto la porta. Sul corpo non sono stati trovati documenti.

Jean-Pierre e Luc Dardenne ci hanno abituato ai loro film ricchi di umanità, di vita quotidiana, di senso della vita stessa e privi di qualsiasi alterazione dovuta ad effetti speciali o musica. “La ragazza senza nome” non si sottrae a questo marchio di fabbrica e inizia con degli essenziali titoli di apertura e percorrendo l’intera vicenda senza nessuna musica di accompagnamento.

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Questa particolare modalità di proporre il film al pubblico dovrebbe lasciar respirare la storia, coinvolgere in maniera aderente lo spettatore alla visione dei protagonisti di turno. Ne “La ragazza senza nome” siamo costantemente al fianco di Jenny. Tutte le scene hanno lei come protagonista e tutto ruota intorno alla sua vicenda, alla sua voglia di riscattare quello che lei crede essere un errore, un imperdonabile prevaricazione del suo essere donna prima dell’essere medico.

Questa continua ricerca del nome della ragazza sconosciuta che suona alla sua porta diventa indagine poliziesca e il film si tuffa in un thriller da atmosfere delle banlieu e periferie di città dove la prostituzione la fa da padrona. L’ossessione diventa però antipatica allo spettatore che si chiede se non sia piuttosto una malattia più che una doverosa luce sull’accaduto.

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Un thriller che si mischia alla commedia tra una serie infinita di strategie per scovare informazioni e un’altrettanto lunga lista di pazienti da visitare, di malati da soccorrere, di rapporti da ricucire, di scelte da fare, di quotidiano da vivere.

I Dardenne convincono con il loro cinema ma lascia un po’ perplessi riguardo allo sviluppo della vicenda che mostra non pochi limiti, qualche affanno e tutti i suoi 106 minuti. Lunghezza diminuita per le sale di 9 minuti che danno ancora di più il senso della lentezza del film stesso.

Chi scrive non ama alla pazzia questo genere di film riflessivo e fortemente legato alla realtà delle ferite e dei dolori fisici che fanno da contraltare alle ferite dell’anima ma bisogna riconoscere ai due registi la bravura nel non annoiare nonostante il format essenziale e la capacità di intrecciare una storia alquanto complessa anche con la pochezza, certe volte banale del quotidiano.

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Un film come sempre interessante questo dei due fratelli belgi ma che rimane un po’ sottotono e alquanto ripetitivo. Non c’è quella totale condivisione di punto di vista tra spettatore e protagonista alla quale il film dichiara chiaramente di aspirare.

Voto: 6,2

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