Rendez-vous à Atlit

Recensione in anteprima – Film del 2014 che giunge finalmente anche in Italia. L’esordio della regista israeliana Shirel Amitay ha chiari e scuri. Solare in molte situazioni, si lascia andare all’inconsistenza in altre creando un film sufficiente nei toni e nelle emozioni. Al cinema dal 16 giugno.

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1995, Atlit, Israele. Cali torna nella casa dove ha trascorso le vacanze della sua infanzia, a un’ora di strada a Tel Aviv, e ritrova la sorella maggiore, Darel, e la minore, Asia. I genitori sono morti e la casa va risistemata e venduta. Affiorano, nel tempo trascorso insieme dalle tre donne, i dubbi, i fantasmi, gli storici motivi di litigio e il desiderio di dirsi l’amore reciproco a lungo rimandato. Attorno, la pace sembra per la prima volta a portata di mano, ma il 4 novembre riscriverà completamente lo stato d’animo del Paese e la decisione delle tre sorelle.

Registrato nel 2014 e uscito in Francia nel gennaio 2015, il film arriva finalmente anche in Italia e, sebbene batta bandiera francese, il cuore è tutto israeliano. La regista franco-israeliana infatti ha concentrato la vicenda in una casa e in tutto ciò che di sentimentale ci sta attorno, e i sentimenti, in questo caso, dato il luogo, non possono non intrecciarsi con le vicende politiche e sociali dell’ambiente esterno.

“Rendez-vous à Atlit”, questo il titolo originale al posto dell’italiano e più pittoresco “La casa delle estati lontate” è un incontro tra tre sorelle che si incastra nell’incontro tra arabi ed ebrei. Il primo incontro ha la precedenza e occupa le scene principali mentre il secondo incontro, politico, fa da sfondo. Ricorda molto il film Sole Alto”  dove la guerra e i conflitti tra diversi popoli completano la vicenda principale. C’è anche la stessa solarità delle scene, la stessa centralità di, in questo caso tre, personaggi coi loro caratteri.

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Il cast, infatti, è sicuramente uno dei punti di forza della pellicola. Forte di tre attrici molto brave perfettamente a loro agio nei panni delle tre sorelle che sono descritte e sceneggiate in modo puntuale. Attraverso anche una carica sensuale e una sintonia con l’ambiente le tre attrici caricano sopra le loro spalle tutto il film anche in nei momenti meno riusciti.

Non è, infatti, un’opera perfetta quella presentata da Shirel Amitay. Annoia in alcuni punti, si trascina in altri e alterna ottime scene liberatorie, solari e interessanti. Ottimo il contrasto tra tumulti e incomprensioni interni alla famiglia e voglia di pace esterna, nella società che le tre sorelle hanno liberamente lasciato per andare altrove (Francia) e che invece ha riguardato da vicino i genitori, lì in Israele fino alla morte.

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Ecco allora che la casa in vendita diventa simbolo, neanche troppo celato, di una casa per Israeliani e Palestinesi, difficile da creare e coabitare. Il lavoro fatto dalle sorelle nella vecchia casa è oltremodo il lavoro necessario a rendere una terra paese di due popoli e casa di acerrimi nemici che cercano di dialogare. L’impegno di tutti per la pace passa attraverso la volontà di cercare una pace in famiglia attorno a un focolare.

“La casa delle estati lontane”  si perde spesso in questi dialoghi tra le sorelle, si ritrova altrettanto spesso ma casualmente e aggiunge una parte relativa all’asino e al bambino che, ha una sua funzione finale ma non è per nulla necessaria. Un film sufficiente nulla più.

Voto: 6,1

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