The Dressmaker

Recensione – Western d’Australia con tocchi glamour per questo ritorno dietro la macchina da presa dopo 20 anni della sceneggiatrice, moglie di P.J.Hogan, Jocelyn Moorhouse. Un film pieno di appeal che vive della bravura di Kate Winslet.

The Dressmaker

Tilly è tornata. Da Dungatar, paesino desertico di qualche centinaio di anime in cui è nata e cresciuta, era stata cacciata decenni prima, per un incidente che l’ha traumatizzata al punto da averlo rimosso e ora ci torna come affermata stilista. Siamo nel 1951 e Tilly porta con sè una ventata di modernità, di abiti su misura alla moda che mettono in risalto le forme di donne che parevano aver dimenticato tutto, chiuse nel bigottismo locale. Non si tratta però di un ritorno pacifico. Fare vestiti per gli abitanti di Dungatar è solo un modo per iniziare a scoprire cosa ci sia nel suo passato, cosa abbia fatto impazzire sua madre, perché ancora venga insultata e in ultima analisi, vendicarsi.

Miglior film all’Australian Academy of Cinema and Television Arts Award (AACT) , gli Oscar australiani, del 2016. Miglior attrice protagonista a Kate Winslet, miglior attrice non protagonista a Judy Davis, miglior attore non protagonista a Hugo Weaving e migliori costumi. Questo il curriculum di “The Dressmaker” che, nel titolo italiano viene completato con quel “il diavolo è tornato” ammiccante maliziosamente a “Il diavolo veste Prada” creano una (in)volontaria liaison che, in realtà, accomuna i due film solo perché trattano di moda e vestiti.

L’arido Outback australiano accoglie il ritorno della bellezza dai bei vestiti Tilly e subito il contrasto tra i colori caldi e scintillanti degli abiti della donna e i colori freddi del deserto amplifica una chiara visione che mira a concentrare lo spettatore sulla bellezza demoniaca della nuova arrivata.

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In quella che assomiglia fortemente a una cittadina western degli Stati Uniti si svolgono le attività quotidiane degli abitanti, le scene di un film che desta interesse sin dai primi minuti. Il suo problema poi è il non mantenere quel ritmo e quella seduzione che, per buona parte della narrazione viene dimostrato.

Le vicende di Tilly e il riscatto pian piano sempre più evidente e progettato affiora in tutta la cattiveria di una vendetta e di un ritorno alla verità. La sceneggiatura, fitta, lascia il giusto spazio alla rielaborazione del passato, alla rieducazione di un paese che troppo spesso affibbia etichette ai comportamenti e alle persone senza approfondire la verità dei fatti.

Il film cambia anche genere all’interno delle due ore. Lo fa come si cambia un vestito e, come esiste un vestito adatto ad ogni occasione, anche il vestito e il genere di ogni singola scena è quasi sempre ben calibrato. Si gioca con il thriller, il dramma, la commedia, quel giusto tocco di film sentimentale e quel doveroso sguardo all’azione e all’erotismo, quest’ultimo solo accennato e relegato non tanto a nudità o scene specifiche ma a un rimando alla pelle sotto il vestito, alla pelle che il vestito lascia libera.

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“The Dressmaker” sta in piedi soprattutto grazie alla recitazione degli attori e dell’intero cast. Kate Winslet è praticamente perfetta nei panni di Tilly e dimostra ancora una volta di aver maturato delle ottime doti interpretative. Menzione speciale per Hugo Weaving che, in una scena cult, indossa nuovamente dei panni simili a quelli che furono di Mitzi Del Bra in “Priscilla, la regina del deserto”. Un personaggio, quello di Weaving, divertente e divertito, ben scritto e interpretato.

Voto: 7

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