Un paese quasi perfetto (2016)

Recensione – Massimo Gaudioso, sceneggiatore di alcuni film di Garrone, Verdone e altri registi firma il suo primo lungometraggio cercando di ricreare una commedia italiana divertente. Il risultato finale fa ridere poco e diverte ancor meno.

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Una volta c’era il lavoro”, recita la voce fuori campo di Silvio Orlando nell’incipit di Un paese quasi perfetto, e basta invertire l’ordine delle parole per capire che quella che si racconterà è una favola che, per una volta, non vede protagonista un re o una principessa, ma l’assenza di impiego che ha umiliato e desertificato un’intera nazione: quel Paese imperfetto in cui (soprav)viviamo.

Quando si affrontano temi seri in una commedia bisogna cercare subito di mettere lo spettatore davanti a una scelta precisa: o calcare sui problemi con una commedia amara oppure cercare l’ironia in una parodia portata anche agli eccessi. Massimo Gaudioso cerca (nuovamente) una via di mezzo firmando questa ennesima sceneggiatura e proponendosi dietro la macchina da presa di un lungometraggio per la prima volta. Quanto scritto cerca di riportare le giuste atmosfere di “Benvenuti al sud” ma l’operazione non riesce e non è la prima volta. “Un paese quasi perfetto” infatti, è almeno il terzo tentativo in 6 anni dopo La scuola più bella del mondo” e “L’abbiamo fatta grossa” passando per almeno due film meglio riusciti come “Reality” e “Il racconto dei racconti” entrambi per la regia di Matteo Garrone.

Come spesso accade in queste ultime commedie italiane, anche questa si basa su una sceneggiatura non originale, anzi, “Un paese quasi perfetto” è il remake de “La grande seduzione”, film canadese del 2003. Come in “Benvenuti al sud” la vicenda viene aggiornata e calata nella realtà italiana ma, se nel film di successo del 2010 si è usata la strategia di ripercorrere quasi pedissequamente scena per scena il film dal quale è tratto, qui, in “Un paese quasi perfetto” si sposta l’azione sulle “Dolomiti lucane” e si cerca una maggiore autonomia rispetto al film originale.

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Il risultato sa di vecchio e già visto. Vecchio perché Gaudioso congela il paese di montagna in un’epoca abbastanza retrò dove esiste si la tecnologia moderna ma il clima, la compagnia, tutti i paesani sembrano inseriti in una favola abbastanza forzata.

Se l’ambientazione aiuta attraverso i paesaggi montanari e i vicoli stretti del paesino, purtroppo la vicenda presenta poi dei personaggi fuori dal tempo e poco calati in una realtà diversa da quella paesana di 50 anni fa. L’unica eccezione è costituita da Nicola, il direttore di banca dell’unica filiale in paese interpretato da Carlo Buccirosso (“Se mi lasci non vale”, “Totò”(Ck)). L’attore ha modo di caratterizzare molto bene il suo personaggio e dimostra ancora una volta le sue straordinarie doti recitative quando si tratta di interpretare personaggi di secondo piano ma utili alla vicenda.

Il resto del cast, sebbene si affanni a eseguire bene il compito che è stato affidato risulta poco credibili, soprattutto per quanto riguarda due personaggi: il protagonista Domenico interpretato da Silvio Orlando (“Volevo solo vendere pizza”(Ck)) e Anna, interpretata da Miriam Leone (“La scuola più bella del mondo”). Un Silvio Orlando costretto anche a urlare il suo personaggio in diverse scene forzate e una Miriam Leone, che, in pratica, fa un passo indietro nella sua evoluzione recitativa a causa di un personaggio telefonato e che non viene nemmeno approfondito.

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Poco approfonditi anche molti dei passaggi dell’intera vicenda e la sceneggiatura traballa diverse volte proprio a causa di questi poco approfondimenti e spiegazioni. Anche i colpi di scena son prevedibili e abbastanza scontati.

Registrato sulle Dolomite Lucane e in piccola parte a Matera utilizzando persino la stazione in disuso e mai realizzata “Un paese quasi perfetto” non è un film né perfetto né si avvicina al quasi.

Voto: 4,1

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