Il professor Cenerentolo

Recensione – Dodicesimo film di Leonardo Pieraccioni, con Leonardo Pieraccioni e scritto da Leonardo Pieraccioni. Il film offre le stesse tematiche care al regista e soffre di una sostanziale egocentricità dell’autore toscano che non va oltre le solite battute, smorfie e situazioni che lo hanno reso celebre al pubblico e al botteghino.

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Umberto è un ingegnere che ha tentato una rapina in banca ed è stato colto con le mani nel sacco. Per questo sta scontando oltre tre anni di pena nel carcere di Ventotene, ma può frequentare la biblioteca locale e girare film educativi insieme ai compagni di sventura e al direttore della prigione. Durante la proiezione del suo ultimo film Umberto incontra Morgana, una bella insegnante di ballo che lo scambia per un operatore culturale e pare interessata a frequentarlo. Umberto dunque alimenta l’equivoco e inizia ad inventarsi mille occasioni per sgattaiolare fuori di prigione, nonostante il rientro obbligato a mezzanotte, come un moderno Cenerentolo.

Alla sua dodicesima regia il regista toscano conferma di non aver ancor ritrovato la grinta, il ritmo e l’energia dei suoi esordi. Una qualità artistica che è andata diminuendo da “Il ciclone” in avanti e pericolosamente precipitata in “Un fantastico via vai” suo precedente lavoro del 2013. Questo “il professor cenerentolo” non arriva così in basso e risolleva un po’ le sorti di una carriera che da molti era data ormai per spacciata e rinchiusa nei soliti schemi cari all’autore Pieraccioni.

Sono presenti nella pellicola alcuni dei difetti della pellicola precedente quel “Fantastico via vai”. Il più grande è l’estremo protagonismo di Pieraccioni, talmente esaltato da essere ancora una volta autoreferenziale, nel precedente film citando il suo “I laureati” e in questo citando il suo essere regista.

Professor-Cenerentolo

C’è una frase all’interno del film che sintetizza questa pericolosa deriva di cui l’opera di Pieraccioni è affetta ed è la frase che Morgana (Laura Chiatti) rivolge a Umberto (Pieraccioni): “Tu sei uno di 50 che invece crede di essere uno da 25”. Ed è questo il difetto che si porta appresso l’autore, l’essere eternamente legato a dinamiche di interpretazioni che erano già presenti a film girati vent’anni prima e che non possono essere ripresentate nello stesso identico modo. Certo viene aggiornata la situazione famigliare passando per tutti i gradi, single, fidanzato, sposato, padre, padre divorziato e ora padre carcerato ma poco cambia se si tratta di correr dietro alle venticinquenni come vent’anni fa o avere pensieri e gag banali e piatte.

Inoltre il film si avvale poco delle figure di contorno, pian pieno prendono spazio solo nella parte finale, ed è un peccato relegare la bravura di Davide Marotta, il protagonista dell’indimenticabile spot della Kodak, quel famoso ciribirichi Kodak a poche scene. Come è un delitto vedere la verve comica di un Ceccherini fare nuovamente la comparsa e nulla più. Il coraggio del regista toscano dovrebbe portare per una volta a non dirigere e basta o, almeno a non essere il protagonista, almeno per una volta, per vedere l’effetto che fa investire fiducia nel proprio cast. In “Il professor cenerentolo” Pieraccioni è perfino cantante di una delle canzoni che costituiscono la colonna sonora del film stesso. Una bella canzone senza ombra di dubbio che racconta una fiaba più fiaba di quello che potrebbe far pensare il titolo.

Il professor cenerentolo

Il titolo infatti è mal calibrato con il resto del film un po’ come tutto il film che sbanda, deraglia e si rimette in carreggiata, parte e poi si ferma, cerca spunti interessanti ma li abbandona subito per dare sempre spazio a lui, al Pieraccioni nazionale e alla sua vicenda. Peccato perché una Laura Chiatti che è fuori parte per tutto il film e che viene forzata a fare una parte che si capisce non aver avuto nemmeno il piacere fare ha una disabilità nel suo personaggio che poteva essere realmente sfruttata come spunto di comicità e di riflessione. E così anche per la vicenda famigliare di Umberto che è sicuramente la parte più interessante dell’intero film. Un rapporto padre-figlia che si fa tenero e che funziona quando finalmente Pieraccioni si dimentica di gigioneggiare.

Nonostante qualche discreto spunto per sorridere nel film non si ride mai, se non una volta ma una volta sola e purtroppo la sceneggiatura sembra un guazzabuglio di idee piazziate lì a fermentare che son scollegate fra loro.

Voto: 4,7

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