The Walk

Recensione – Dopo Man on Wire, il documentario premio Oscar di James Marsh, Zemeckis riporta al cinema l’impresa di Philippe Petit che camminò in equilibrio su un filo teso tra le torri gemelle. Un film che ci prende per mano e ci conduce a oltre 400 metri d’altezza dove abitano i sogni di un artista, l’idea folle di un anarchico.

The Walk

Il 7 agosto del 1974 il funambolo francese Philippe Petit realizza il suo sogno, qualcosa di impossibile, qualcosa che nessuno farà mai più. Per quasi un’ora cammina avanti e indietro su un cavo teso tra le torri gemelle di New York, a più di 400 metri d’altezza, senza alcuna protezione. Lo guardano la sua donna, gli amici che lo hanno aiutato, la polizia che aspetta di arrestarlo, la città e poi il mondo. Lo guardano le nuvole. Philippe Petit cambia il modo in cui New York guarda ai suoi nuovi simboli negli anni ’70, li ammanta della magia dell’arte e dell’incredibile, realizza il sogno nella terra dei sogni. Poi, nel 2001, un incubo riscriverà quello sguardo e quello spazio, con un altro, definitivo, “per sempre”.

C’era stato “Man on Wire”, il bellissimo documentario e vincitore del premio Oscar diretto da James Marsh a portare l’avventura del giovane Philippe Petit sugli schermi. Zemeckis che in questi giorni festeggia i 30 anni del suo primo grande successo “Ritorno al futuro” riporta l’incredibile viaggio sul filo del funambolo francese e lo ammanta di poesia.

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Zemeckis sceglie di partire da Petit e dal suo racconto, il film infatti è ispirato al libro scritto da Petit stesso (“To reach the clouds”). Un perfetto Joseph Gordon Levitt è Philippe Petit ed è voce narrante che dapprima ci introduce ai primi anni del funambolo nella sua Francia e a Parigi in particolare. Lo seguiamo poi nel suo viaggio negli Stati Uniti affascinato dalle Torri Gemelle e dall’impresa di poter dimostrare tutta la sua arte.

Un film che parte bene, sembra perdere propulsione dopo qualche decina di minuti ma si eleva a cinema di grandissima fattura dal momento in cui Petit pensa in grande, pensa l’impossibile e architetta con i suoi complici quello che lui definisce il crimine perfetto. Il film infatti cambia non senza strappi il registro un buon numero di volte e si fa a volte thriller, a volte commedia, e poi semplicemente avventura. La musica di Alan Silvestri sottolinea l’anima alla “Ocean Eleven” del film mentre le immagini si fanno sempre più poesia e lasciano spazio al sogno via via che la corda viene posta sempre più in alto.

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“Quando sarò lassù dovrò avere il coraggio di fare il primo passo”, ed è proprio con il primo passo su quella corda che lo spettatore, grazie a delle immagini di raffinata bellezza, ha l’impressione di essere accanto a Petit. Pur non avendo visto il film in 3D, la vertigine data dalla nitidezza delle immagini è disturbante, nel senso buono di un film che trasmette l’emozione del protagonista. Un’emozione che inquieta e rassicura allo stesso tempo. C’è la paura per la situazione ma la sicurezza che, conoscendo la storia vera, Petit non potrà cadere e danzerà su quel filo per diversi minuti. Il brivido dato dalle vertigini e dalla paura si tramuta così in commozione ripensando al fatto che quella descritta in modo romanzato dal film è una storia vera, che quell’uomo è realmente stato a oltre 400 metri di altezza in equilibrio su un filo dando quell’anima a due palazzi che fino a quel momento erano anonimi protagonisti del film e del paesaggio newyorkese.

Le Torri Gemelle sono le protagoniste della seconda parte della pellicola. Si stagliano e impressionano Petit e gli spettatori sin dalla loro prima reale apparizione. Sono scenografia parlante della storia, sfida vinta dal funambolo, amore incondizionato per quello spirito di libertà che, sulla corda, non può essere imbrigliato nè dai poliziotti della torre sud nè dai poliziotti della torre nord.

Il finale è un doveroso omaggio alle Torri e un ricordo dell’undici settembre. Messaggio chiaro ma garbato. Se c’è una cosa che disturba questo bel film è forse il doppiaggio. Sia ben inteso, il doppiaggio è ben fatto ma tra inglese, francese e italiano si nota troppo la differenza tra la voce del doppiatore e la voce originale in un perfetto francese di Joseph Gordon Levitt. La cosa disturba non  poco soprattutto nella parte iniziale del film.

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Peccato questo film stia riscuotendo poco successo negli Stati Uniti, si spera che in Italia venga accolto con un maggior afflusso di pubblico. L’esperienza del 3D, potrebbe valere, una volta tanto, l’investimento in questo tipo di proiezione.

Voto: 7,8

Fom per chi? per i sognatori, e in particolare per adolescenti e giovani. L’arte anarchica in questo caso andrebbe spiegata ma l’essenza della libertà è lampante

Fom perché? per recuperare un pezzo di storia che ha coinvolto in qualche modo tutto il mondo. Le Torri gemelle e tutta la riflessione che se ne può fare.

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