Kreuzweg

Recensione in anteprima – 14 anni di Maria come 14 le stazioni della sua personale Via Crucis nella convinta strada verso il suo Gesù. Orso d’argento per la sceneggiatura al Festival di Berlino del 2014, “Kreuzweg” è un film coraggioso che vuole interrogare e interrogarsi richiamando al centro del cristianesimo dei valori veri a discapito della ferrea e cieca ortodossia. Dal 29 ottobre al cinema.

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Maria è una quattordicenne figlia di una famiglia devota alla fittizia Fraternità sacerdotale di San Paolo (diretto riferimento alla realtà della vera Fraternità di San Pio X), organizzazione religiosa ortodossa che rinnega le innovazioni del Concilio Vaticano II e rivendica una dimensione stretta e oscurantista del cristianesimo. L’adolescente si trova quindi intrappolata tra le pulsioni della sua età, i corteggiamenti di alcuni ragazzi a scuola e i duri insegnamenti familiari che l’hanno convinta a mantenersi pura nel cuore per il signore. Serve a poco la presenza di una ragazza alla pari, anch’essa religiosa ma in maniera più ragionevole, Maria è convinta che i durissimi rimproveri della madre siano giusti e che il peccato sia ovunque, ad ogni angolo, in ogni parola, in ogni uomo. In armonia con tutto ciò ha infatti preso una decisione che non ha confessato ancora a nessuno.

Orso d’argento per la miglior sceneggiatura al 64° Festival Internazionale del Cinema di Berlino e Premio della Giuria Ecumenica, “Kreuzweg” è un film estremamente coraggioso sia nella forma che nel contenuto. Si tratta di 14 quadri come 14 sono le stazioni della via Crucis, come 14 sono gli anni della protagonista Maria, una sorta di numero ripetuto quasi come un dogma ma molto indicativo di come si leghi alle vicende di un’adolescente. 14 quadri nei quali l’indiscussa protagonista è Maria e il suo personale viaggio verso il Golgota. 14 piani sequenza 11 dei quali totalmente fissi per tutta l’intera durata di diversi minuti, altri 3 nelle scene più importanti invece sono molto più tradizionali. Sta anche qui il grande coraggio del regista tedesco (qui anche sceneggiatore insieme alla sorella Anna) Dietrich Bruggemann, utilizzare una messa in scena non convenzionale, spiazzante, non abituale e l’occhio e la mente faticano a non pensare a un cambio di inquadratura nella stessa scena o a qualche movimento di macchina.

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Stilisticamente ineccepibile e fedele con le sue inquadrature fisse, la modalità di ripresa praticamente priva di montaggio rispecchia anche la vicenda. Una vicenda che ci presenta fin dalla prima stazione la discussione sulla fede che sarà tema fondamentale dell’intero film. Partiamo da un catechismo che presto si rivelerà ultraortodosso con l’esaltazione della fede come guerra contro tutto ciò che di demoniaco e di maligno può esserci nella vita di tutti i giorni: dalla musica pop al semplice truccarsi, dal dare più importanza ai propri desideri al semplice ballare o fare ginnastica insieme maschi e femmine.

ll continuo tornare sulla fede e su come essa permea ogni azione quotidiana è voluto, si intrufola in ogni dialogo di Maria con la madre, con Bernadette, con Christian, con Padre Weber, con il medico, ecc, straripa nella sua visione particolare del mondo come le è  stata insegnata dalla bigotta madre e si tramuta in paura e senso di colpa a tal punto da voler intraprendere quel calvario come sacrificio e privazione per far del bene alla sua famiglia.

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Come in teatro tutti gli sguardi, gli atteggiamenti, i sorrisi abbozzati e quelli liberatori, i piccoli movimenti del viso sono studiati nei minimi dettagli complici anche le inquadrature fisse e molto spesso in primo piano per diversi minuti che non possono lasciare scampo. Ne scaturisce una recitazione sentita sia dalla protagonista, una perfetta Lea Van Acken, che da tutto l’intero cast con particolare menzione per la prima scena che vede un Padre Weber (Florian Stetter) che insegna catechismo con un ritmo forsennato per diversi minuti, una madre (Franziska Weisz) che incarna l’ortodossia, il fanatismo e l’integralismo cristiano urticante e intollerante come mai visti prima.

Maria insegue e ripercorre quella via laica che porta alla santità, la cerca prima inconsapevolmente per colpa della sua istruzione e poi la ricerca come una sorta di libertà, di senso di vita. Non è una decisione totalmente dettata dalla fede e, in questo il regista è molto abile grazie a una sceneggiatura intensa, mai banale e a come questa viene calata nel quotidiano di una famiglia media tedesca. Maria alla fine sembra impersonare totalmente il Gesù sulla croce ed è sempre il regista che, con le sue scelte ce lo ricorda.

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Una continua esasperazione del messaggio voluta, ricercata proprio per tenere ben a mente di cosa stiamo parlando e di come la nostra visione può essere solo parziale anche se la si crede totale.

Il film, a detta degli sceneggiatori, e la visione lo conferma, non ha nulla contro la Chiesa e la religione, accusa però quegli atteggiamenti estremisti ed integralisti, condannandoli alla speranza di  un futuro di breve durata e una sempre più ristretta sequela. Il film non lascia nulla al caso ad iniziare dai nomi dei personaggi: Maria, più volte indicata nel film come colei che ha accompagnato Gesù, suo figlio, fino all’ultimo, Christian l’amico a cui Maria dedica più di una simpatia come a voler simboleggiare il voler guardare a un cristianesimo più aperto e, in questo caso “normale”, un Thomas che ricalca la figura di San Tommaso, che deve “vedere” le piaghe e le ferite. Insomma un film oltremodo curato e ben fatto, non facile da vedere, con ritmi lenti e una sceneggiatura interessante. Adatto ad atei e credenti.

Voto: 8

Fom per chi? : Per giovani e adulti, anche gli adolescenti possono vedere questo film ma son da preparare a una visione assolutamente fuori dai loro canoni e con un argomento che li riguarda da vicino ma che è estremamente pesante

Fom perché? : Rivisitazione e intepretazione laica della santità, almeno questo nelle intenzioni del regista tedesco. Estrema didascalità delle immagini che son simbolo della vicenda attraverso diversi piani di lettura

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