Beasts of No Nation

Recensione in anteprima – Venezia 72 (2015) – In concorso – Il regista Fukunaga é impeccabilmente fedele al suo stile asciutto, con pochi fronzoli e descrive una storia cruenta e crudele. Manca però qualcosa ed è la novità o una lettura critica oltre le immagini. Eccessivo nella durata si sfilaccia nel finale triplo.

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Da ultimo di una famiglia coesa, Agu passa ad essere solo nel giro di 10 minuti. Quando la guerra civile della sua nazione arriva al suo villaggio, sua madre riesce a mettersi in viaggio ma suo padre e suo fratello vengono massacrati, lui, in fuga non ha nulla nè sa dove andare fino a che non incontra un plotone. La milizia al soldo di uno dei molti partiti politici che lottano per il potere lo arruola tra le file dei suoi bambini soldato, lo arma e lo sfama, lo educa alla violenza, lo droga e lo condiziona. A capo di tutto c’è il carismatico Commandant, assieme ad Agu amici, coetanei e più adulti, un branco di esseri umani solitari che più diventano soldati più perdono contatto con la realtà.

Fukunaga, dopo il successo di critica e di pubblico della prima stagione di True Detective, era atteso al Lido non solo dagli addetti ai lavori. La sfida era di quelle toste: portare l’argomento scottante dei bambini soldato nelle guerre che devastano il continente africano. Il regista ci mette tutto il suo estro e la sua impeccabile abilità tecnica. Il film ha nella tecnica di ripresa, di inquadratura, di scelte di narrazione e di montaggio le parti migliori, quasi perfette. Parlare di un argomento così importante vede però privilegiare nel film la parte cruenta, crudele e cruda che una situazione del genere crea. Bambini costretti a diventare adulti in pochi minuti imbracciando un fucile e pronti a sparare al nemico di turno. Plagiati e forgiati dalla violenza e alla violenza vengono privati di quella età dell’innocenza che viene richiamata all’inizio del film.

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Divertente, spensierata l’introduzione che Fukunaga ci regala, e rimarrà il solo unico momento per approfondire l’animo reale dei personaggi, quell’animo libero e divertito in una situazione di guerra alle porte.

Arriva la guerra e il protagonista, un bravissimo Abraham Attah, è costretto a diventare adulto in fretta a rischio della vita. Da qui il film è un pugno nello stomaco che lo spettatore sente, che lo spettatore accusa nel profondo per quanto purtroppo riconosce veritiero e quasi documentaristico quanto sta accadendo.

“Se ti dovessi raccontare le cose che ho fatto mi considereresti una bestia”, la triste e realistica frase del piccolo protagonista quando parla della sua vicenda, un protagonista narratore che ci porta per mano sin dall’inizio e attraverso di lui, i suoi occhi impariamo ad essere leale al potente di turno, fedeli all’arma che portiamo sotto braccio e ad essere egoisti, distaccati dalla realtà, con una propria visione dove tutto è da conquistare a colpi di mitra.

Il film non è comunque perfetto, strappa applausi in sala (ma meno rispetto a Looking for Grace), è forse troppo lungo e indugiante sulla violenza benché questa in realtà come scene d’azione è relegata in un ambito temporale minore di quanto invece poi si pensi. Il discorso si fa pesante per la costante presenza del clima di paura, di guerra psicologica e reale che attraversa il film e che lo rende vero, purtroppo vero, lo ribadiamo perché lo sguardo degli altri, di chi non vive quelle situazioni di caos politico e sociologico è lo sguardo attraverso quella tv senza tubo catodico dell’inizio del film. Quel televisore che i bambini utilizzano per vedere quella tv immaginaria, quella tv che vogliamo vedere. Un chiaro simbolismo della disattenzione del mondo “del nord” verso la causa africana, si vede solo quel che si vuol vedere.

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Film buono, un po’ al di sotto delle attese ma impeccabile a livello di regia e interpretazione. Da vedere

Voto 6,9

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