Pixels

Recensione – Ispirato a un cortometraggio di Patrick Jean del 2010, Pixels è un film che celebra l’eco dei videogames e dei telefilm degli anni ’80. Tra il demenziale e l’irrealistico, la commedia e l’action-movie per famiglie Chris Columbus sembra fare una sorta di blob del secolo scorso riuscitissimo in molte parti ma non nel complesso. Nelle sale anche in 3D dal 29 luglio.

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La vita di Brenner è stata condizionata da quando, nel 1982, è arrivato secondo ai campionati mondiali di videogiochi. La registrazione di quell’evento fu mandata nello spazio come parte di un esperimento della NASA e, a quanto pare, qualcuno l’ha ricevuta. Una razza aliena ha visto i videogiochi e pensato fossero uno strumento di addestramento per la guerra, ora, dopo 33 anni sono arrivati sulla Terra con delle versioni reali di quei videogame, pronti a sfidare i terrestri e, in caso di vittoria, a distruggere il pianeta. Esercito e difesa possono poco contro qualcosa che non conoscono, l’unica speranza dell’umanità è un gruppo di ex ragazzi prodigio dei videogiochi ormai cresciuti, i migliori in quel campo.

A distanza di 5 anni dal cortometraggio omonimo di Patrick Jean, Adam Sandler interpreta e produce questo allungamento cinematografico dell’idea iniziale. Alla regia Chris Columbus esperto nella direzione di film per famiglie e ragazzi con ottimi successi nei due decenni appena trascorsi e che negli anni ottanta era un ragazzo di grande talento nella sceneggiatura.

Quella che all’apparenza sembra un’idea geniale con ingredienti ottimi per realizzare un buon prodotto finale si trasforma troppo spesso in una ennesima rievocazione e citazione dei “bellissimi anni ottanta”. Qui i protagonisti sono tutti i giochi elettronici che molti ultratrentenni ricordano. Quei videogames presenti nei bar e nelle sale giochi che solo grazie ai primi personal computer avrebbero poi fatto la loro comparsa tra le mura domestiche. Giochi in due dimensioni che oggi farebbero inorridire per semplicità e grafica inesistente anche l’ultimo dei programmatori di videogiochi del nuovo millennio.

L’operazione nostalgia messa in piedi funziona benissimo coadiuvata anche da spezzoni di telefilm e immagini di pop-star degli anni 80, monitor con tubo catodico in dotazione al nerd complottista di turno che non vuole comprare gli schermi piatti o la tv via cavo per paura del controllo del governo. Azione e sceneggiatura seguono un po’ meno questo buon lavoro fatto ed evidenziano dei passaggi a vuoto noiosi o fini a se stessi. Persino l’effetto nostalgia rimane autoconcluso e non scandaglia ulteriori pieghe della vicenda che potevano dare molti spunti narrativi.

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Columbus rimane piuttosto sul tradizionale senza osare, senza cercare quel qualcosa in più che poteva dare un’altra ulteriore dimensione al film. E’ proprio questo il grande limite e la grande occasione mancata del film: rimanere fedele a quelle due sole dimensioni che i videogiochi a 8 bit ricordano.

Gli effetti speciali di pregevole fattura, qualche bella battuta e citazione anche cinematografica (“ci vediamo dall’altra parte” cit. Stargate che comunque è già anni 90) contribuiscono al divertimento, così come i nerd che trovano finalmente una propria posizione nella vita del mondo e mettono in mostra quelle doti che molte volte non servono a nulla nella vita reale.

Impreziosita da qualche cameo non banale come quello di Serena Williams nella parte di se stessa e del vero creatore di Pac-Man Tohru Iwatani nella parte di un tecnico di videogames nella sala  giochi di inizio film, il film si affida quasi totalmente al protagonismo di un Adam Sandler che, purtroppo è lontano dalle sue interpretazioni migliori. Il meglio viene dato dalla caratterizzazione nerd di Josh Gad e da un Kevin James nella parte di un inverosimile presidente degli Stati Uniti. La bellezza di Michelle Monaghan e l’abbagliante presenza di Ashley Benson completano un cast che ripercorre i classici schemi della commedia americana.

Un ultimo commento va alla miglior pubblicità inserita in un film: le Mini utilizzate nel film più volte inquadrate e specificatamente scelte per combattere in uno dei tanti videogames.

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Un film in fin dei conti in linea con l’idea di cinema che (in Italia soprattutto) si ha in questo periodo: un intrattenimento divertente che non chiede nulla e non pretende di essere di chissà quale fattura tecnica. Sarà un film comprensibile per tutti gli spettatori che hanno ormai superato i 30 anni di età e poco accattivante per coloro che invece hanno un’età inferiore. Peccato, si poteva osare di più il materiale a disposizione era molto.

Voto: 5,6

One comment

  1. Mi ricordo con piacere del corto del 2010, che mi aveva riportato alla mia infanzia, quando con 200 lire andavi alla sala giochi (vietate ai minori di 14 anni) o al bar del campeggio per fare la tua partitina con il videogames di culto del momento.
    Quando ho visto il trailer di questa pellicola, se da un lato ero felice di rivedere qualcosa che mi aveva emozionato e mi riportava alla mia infanzia, dall’altro lato la mia bocca si storceva. La reazione mimica era dovuta soprattutto alla presenza di Sandler che non amo e al fatto che avevo il vago sentore che mi sarei pututo ritrovare a vedere un film che aveva ben poco da dire oltre alle battute del trailer.
    Tornando indietro era come quando sentivi per radio un brano che ti piaceva tantissimo e ti compravi la cassetta per poi scoprire che gli altri pezzi non erano niente di che. Un ricordo che oggi fa sorridere e pensarwe che vivemano all’età della pietra.

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