Cake

Recensione (in anteprima)Un film a lungo atteso in Italia, un’ottima prova d’attrice di Jennifer Aniston che sorprende in positivo e che regge un film lento, riflessivo, vuoto non a caso ma troppo isolato e isolante invano dal mondo del dolore.

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Claire Bennett frequenta un gruppo femminile di sostegno a persone in depressione ma viene fermamente invitata a lasciarlo dopo le sue reazioni dinanzi al suicidio di una delle componenti, Nina. Claire soffre di dolori terribili, conseguenza di un grave incidente occorsole da più di un anno. Ciò la obbliga ad esercizi di rieducazione e ad imbottirsi di antidolorifici acquistati in modo non sempre legale. A vegliare su di lei, dopo che si è separata dal marito, è la colf messicana Silvana la quale è anche a conoscenza del dolore interiore che la tormenta.

Dopo qualche mese arriva in Italia anche questo film che ci propone una Jennifer Aniston inedita. L’attrice di origine greca, lascia per una volta i panni della fidanzata/moglie d’america delle solite commedie made in Usa e si presenta agli spettatori in una versione irriconoscibile. La Aniston, non solo non sembra lei per via della mancanza di trucco ma per l’abilità recitativa. Abbiamo avuto l’opportunità di vedere il film in lingua originale e la prova dell’attrice è molto buona, sorprendente se paragonata alle interpretazioni dei tempi di “Friends” di cui la Aniston  ha conservato l’importante tempo comico.

102 minuti di film, praticamente 100 con la Aniston presente in tutte le scene. Si salvano i titoli di coda. Questo è un bene e allo stesso tempo un male per il film stesso. Il bene sta nel fatto che la prova dell’attrice è così esaltante da non far pesare il resto della pochezza del film. Infatti la sceneggiatura latita, i vuoti scanditi da lunghi istanti in silenzio allungano una vicenda che era nata per essere un corto e che Daniel Barnz si è intestardito a farla diventare un lungometraggio. Sembra l’unico tocco del regista, molto spesso assente, come lo sceneggiatore di cui sopra. Ma con una Aniston in gran forma e che ha sfiorato anche diversi premi e candidature importanti qualcosa anche dal punto di vista filmico non è da buttare.

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Il personaggio di Claire è sofferente nel corpo e nello spirito. La sofferenza si appiccica a una donna tormentata dal ricordo, dal rimorso e dalla colpa da troppo tempo tanto da pensare ad un gesto estremo e questo viene magnificamente realizzato dall’aspetto trasandato della protagonista, una Aniston che non ha paura delle rughe e di apparire appesantita dalle occhiaie e da un’espressione priva di qualsiasi gioia. La sua Claire è una donna che non vuol combattere, che non vuole curarsi, che vuole isolarsi persino quando si tratta di viaggiare in auto, con una posizione simbolicamente “a terra”. L’unico obiettivo di Claire è non soffrire, alleviare il dolore, quel dolore che lei stessa alimenta col ricordo, con la colpa.

Sebbene i temi trattati siano stati presentati più volte nei film di questo genere e che trattano la malattia, il suicidio o il distacco, Barnz furbescamente non ci rivela quasi nulla della vicenda che ha generato il dolore di Claire e questo è un buon punto di originalità che concentra (e troppo) il film solo e unicamente sul dolore e su come viene presentato ed evaso dalla Aniston.

Un’ottima interpretazione di Jennifer Aniston quindi, qualche (poche) intuizione qua e là di regia e sceneggiatura ma un film che non si ricorderà nè per il ritmo, né per la direzione, tantomeno per la storia. Sarà soltanto “quel film in cui la Aniston ha recitato bene senza trucco”…. speriamo per l’attrice che possa dimostrare e confermare in altri film il suo talento che, con questo film si amplia con merito al genere drammatico.

Voto: 5,3 (nonostante una Aniston da 8)

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