Il film del giorno in tv: MATCH POINT

Lunedì 20 aprile, La5, ore 21.00.

Primo film girato da Woody Allen fuori dagli USA – dove continua a tornare con ottimi risultati – , e film della sua “rinascita” che ne ha ravvivato l’ultima parte di carriera, continuata oltre che in Inghilterra poi anche in Spagna, Francia e Italia, al solito ritmo vertiginoso di una pellicola all’anno.

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MATCH POINT

(id, USA/ING, 2005)

Noir

Regia di Woody Allen

Con

Jonathan Rhys Meyers

Matthew Goode

Penelope Wilton

Brian Cox

Scarlett Johansson

Emily Mortimer

Durata: 124 minuti

Trama:

Christopher ‘Chris’ Walton, giovane tennista un tempo promettente e ora “costretto” a insegnare questo nobile sport ai rampolli della “buona” società di Londra. Tra essi, Tom Hewett, di cui Chris diventa amico. Chris, grazie alla sua intelligenza e savoir faire, riesce a ingraziarsi la simpatia di Eleanor e Alec Hewett, divenendone lo genero (sposa infatti Chloe). A un ricevimento a casa Hewett, Chris conosce Nola Rice, attricetta americana fidanzata con Tom. Inizierà poco dopo una relazione amorosa tra i due che avrà un esito tragico.

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RECENSIONE

I classici titoli di testa bianchi su sfondo nero che aprono la maggioranza dei film del grande autore newyorchese (che per la prima volta ha girato lontano dalla “sua” Manhattan), ci immergono nel film più lungo della carriera di Allen, paragonato da alcuni al grande Crimini e Misfatti, film dalla tematica simile (la storia di un oculista, magistralmente delineato da Martin Landau, che uccide la propria amante e del suo senso di colpa), ma credo che sia forse un accostamento un tantino esagerato. Intendiamoci, qualche punto di contatto c’è, ma soprattutto nell’idea alla base del soggetto, perché nelle intenzioni e nello svolgimento della storia ci sono numerose differenze sostanziali (dovute anche al tempo trascorso tra i due film). Infatti, mentre Crimini e Misfatti era una (riuscitissima) speculazione filosofica sull’esistenza di Dio e sul rapporto colpa-espiazione, in cui più forte era la presenza del background ebraico di Allen (cito soltanto la bellissima scena della cena pasquale, in cui Judah assiste al colloquio tra il padre religioso e la zia atea) e più forte era l’impronta dostoevskijana (nel caso specifico, di Delitto e Castigo), con un finale amaro e pessimista, in cui non è lasciata nessuna speranza di redenzione e di espiazione per le colpe commesse, Match Point è, per quanto riuscito, un “saggio” sulla fortuna (l’inizio con la palla da tennis è molto emblematico).
L’inizio del film è molto lento e quasi soporifero, ma è molto funzionale alla storia, soprattutto nei primissimi minuti, quando conosciamo Chris e la vita che conduce (la casa squallida, le cene solitarie al pub danno un senso di tristezza nell’insieme), fino a quando non conosce Tom e la di lui famiglia, e allora ecco l’auto di lusso con autista, ecco l’appartamento con vista sul Tamigi, ecco il posto privilegiato nella società di Alec (un Brian Cox sempre di classe), ma sempre con quell’insoddisfazione e quella perenne frustrazione che coglie chi è arrivato troppo in alto partendo dal basso (ho trovato significativa la scena in cui Chris chiede alla sua segretaria se lei abbia mai sofferto di claustrofobia nell’ufficio, pur molto spazioso), cui non dà sollievo l’amore (ma è poi amore? O piuttosto non è semplice ossessione?) per Nola, che in un certo senso è l’esatto opposto di Chris (accumula provini andati male, l’unico lavoro di cui possa andar “fiera” è per una pubblicità, in cui par di capire che ha comunque mostrato le sue generose forme, è odiata dalla madre – e molto probabilmente anche dal padre – di Tom, è attaccata alla bottiglia, eccetera eccetera). Se visto sotto questa luce, il personaggio di Nola è tutt’altro che inutile: la Johansson mostra il suo talento (ma in qualche punto ho trovato che carichi un po’ troppo il personaggio, come quando insiste con Chris nel fargli confessare alla moglie la tresca), rovinato come spesso accade dal doppiaggio italiano. Ammetto di aver apprezzato molto il film, nonostante qualche dettaglio mi lasci un po’ perplesso (la risoluzione del delitto da parte dell’ispettore, per esempio, mi è sembrata un po’ didascalica) e mi aspettassi un trattamento del tormento interiore del protagonista più “profondo” (altra cosa che lo differenzia da Crimini e Misfatti, in cui il tormento di Judah colpisce come un pugno allo stomaco), ma Allen (giustamente) non ha voluto copiare il suo capolavoro “drammatico”. Bellissima la prova di Jonathan Rhys-Meyers, che trova in questo film il modo migliore per dimostrare il suo talento. La regia di Allen è come al solito riuscita, e la fotografia l’ho trovata interessante (nessun disagio di Allen per le vie di Londra, a dispetto di chi rimpiange la sua Manhattan). Azzeccatissima la colonna sonora. (Gennaro Saviano alias Arcadia)

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CURIOSITA’

Il primo film di Woody Allen a essere girato interamente in Gran Bretagna.

Con i suoi 124 minuti di durata, è il film più lungo del regista.

Kate Winslet doveva interpretare Nola Rice.

Il film partecipò (fuori concorso) al festival di Cannes nel 2005.

Il dipinto di una ragazza con un pallone rosso è stato realizzato da Bansky, un artista di graffiti di Bristol.

Inizialmente la storia era ambientata negli Hamptons (una zona ricca e residenziale di New York).

Il musical che si vede nel film è The Woman in White, di Andrew Lloyd Webber.

Costato 15 milioni, ne ha incassati 23 negli USA. E’ stato il primo film di Woody Allen dai tempi di Hannah e le sue sorelle (21 film in quasi vent’anni, quindi) a non andare in passivo negli incassi nazionali. Il film ha inoltre incassato 4 milioni di euro in Germania, 5 in Spagna, ben 9 in Italia.

Il tema musicale usato più volte nel film, compresi i titoli di testa e di coda, è “Una furtiva lagrima” di Enrico Caruso, dall’opera L’elisir d’amore di Gaetano Donizetti.

E’ il film preferito (tra i suoi, ovviamente) di Woody Allen.

Jonathan Rhys Meyers ha imparato a imitare Woody sul set.

Il suo personaggio, Chris, legge Delitto e castigo, di Dostoyevsky. Più avanti nel film, riferendosi al libro (e a se stesso), dice che a volte è necessario sacrificare qualche innocente per avere successo.

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