Il film del giorno in tv: LA PELLE CHE ABITO

Giovedì 26 marzo, Iris, ore 21.00

Il film più hitchcockiano di Almodovar, ennesimo capolavoro da scoprire o rivedere.

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LA PELLE CHE ABITO

(La piel que habito, 2011, SPA)

Thriller

Regia di Pedro Almodovar

Con:

Antonio Banderas

Elena Anaya

Blanca Suárez

Marisa Paredes

Durata: 117 minuti

Trama:

Toledo. Il chirurgo Robert Ledgard vive nella sua lussuosa casa/clinica privata in compagnia di Vera, una bellissima ragazza per la quale lui sembra avere una vera e propria ossessione, l’uomo la tratta infatti come una cavia, tenendola rinchiusa in una stanza, vestita solo di un body color carne e osservandola tramite delle telecamere; inoltre sperimenta su di lei un prototipo di pelle resistentissima, ottenuta con un processo segreto e illegale.

RECENSIONE

Ne Gli abbracci spezzati Almodóvar trasformava in fredda maniera i tumulti sentimentali del melodramma e rielaborava in prevedibile narrazione metacinematografica le contorte relazioni dei protagonisti; con quest’ultima fatica il regista spagnolo affonda il bisturi direttamente nella carne dei propri personaggi, e cerca di ricostruire il rapporto amoroso non più attraverso la percezione visiva (mancante) ma col contatto della pelle.

Il chirurgo plastico Robert Lendgard nasconde nella sua villa, ex-clinica privata, il suo esperimento più prezioso: una donna di nome Vera. Dopo poche immagini intuiamo che Vera è una finzione: non c’è bisogno di esplicitazioni retrospettive, né dei metaforici pupazzi di iuta che lei costruisce nella sua stanza, è la pelle che ce lo dice. Lo sguardo di don Pedro si sofferma sugli occhi, sui dettagli del viso, quell’incarnato così bianco così liscio così perfetto non può essere umano. La pelle di Vera è un simulacro sintetico, un esperimento trans-genetico, il feticcio delle ossessioni dello scienziato Lendgard, distrutto dal dolore per i suicidi delle due donne che amava. La moglie che si era gettata dalla finestra dopo aver visto il suo volto sfigurato per un incidente d’auto, precipitando accanto alla figlia, che giocava in giardino; la ragazza, già traumatizzata, dopo uno stupro avvenuto durante una festa, si chiuderà in se stessa e si toglierà la vita nello stesso modo della madre. Robert aveva nel frattempo predisposto una vendetta agghiacciante…

Il chirurgo modella la pelle, l’esteriorità, e la modella a proprio piacimento: Vera è un progetto vivente, potrebbe essere anche una replica della figlia, col volto della madre. Ma Almodóvar allontana, spiegandoci con dei flashback cosa era successo precedentemente ai due personaggi (il film è ambientato nel 2012), il sospetto che “La piel que habito” possa essere un remake non dichiarato di “Occhi senza volto” di Georges Franju – anche se il film francese viene praticamente omaggiato. L’orrore prodotto dalla pellicola di Almodóvar è, tratto tipico del suo cinema, dovuto a un eccesso: un eccesso di amore, un amore spropositato che dilaga in perversione.
Alla fine, anche nel suo diciottesimo lungometraggio, l’autore castigliano torna a parlarci delle sue ossessioni: l’amore impossibile, il caos dei sessi, il corpo come oggetto del desiderio, ma anche di madri con “la follia nelle viscere” e fratellastri inconsapevoli.

In un convegno medico, Lendgard afferma che una persona con gravi ustioni al volto ha bisogno di una faccia per potersi riconoscere; non importa che sia sua o meno, l’importante è che ne abbia una per reimpadronirsi della sua identità. Pertanto, per il chirurgo, la pelle (che abitiamo) può ricodificare la nostra identità, può essere la nostra corazza per proteggerci contro gli agenti esterni dannosi. Il granitico teorema lendagardiano, posto all’inizio come monito e premessa, è ciò che Almodóvar demolisce con lo sviluppo e l’epilogo del film.
Si viene a creare ne “La pelle che abito” una strana convergenza tra due mondi autoriali finora molto distanti: già da quelle sequenze geometriche e asettiche della prima parte, che rappresentano un’ulteriore svolta stilistica, ci ritorna in mente Cronenberg; e poi anche l’agnizione sul corpo di Vera, la confusione sessuale che comporta, ricordano il canadese (M. Butterfly ad esempio). Almodóvar sostituisce alle fantasie e alle pulsioni dei personaggi cronenberghiani che non (si) riconoscono il (proprio) corpo, la dolorosa consapevolezza insita nei propri: al contrario, è allo spettatore che la verità viene svelata un poco alla volta – anche per questo motivo la partenza risulta farraginosa.

Almodóvar sottomette l’istintiva carnalità dei suoi soggetti a un rigoroso esercizio concettuale fondato sulla trasmigrabilità del corpo: l’estetica algida e senza guizzi ne è la conferma. Al contrario dei feuilletonmediterranei, dei vivaci baccanali di incontri e di scontri ai quali Almodóvar ci ha abituato, almeno fino a Volver, ne “La pelle che abito” si predilige un intreccio teorico dove ogni particolare trovi alla fine il suo posto: il film, però, si comporta in maniera schematica, sentimentalmente catatonica come l’interpretazione di Banderas; altresì, bisogna evidenziare che la mise en scène di chirurgica precisione, basata su una controllata progressione di doppi e sdoppiamenti, previene il grottesco effetto baraonda di quella parziale occasione mancata che fu “La mala educaciòn”. Il lampo di follia estemporanea è comunque presente, rappresentato dall’irruzione nella villa del figlio di Marilla, travestito da tigre, che sembra una scena fuoriuscita dalla versione camp di “Arancia Meccanica”.

Per concludere, un applauso ad Elena Anaya, musa “in seconda” vista la defezione di Penelope Cruz, perfetta in ogni gesto ed espressione. In ogni centimetro quadrato della pelle. (Giuseppe Gangi alias Noodles – Pubblicata su Ondacinema)

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CURIOSITA’

Almodovar, affascinato dall’opera di Fritz Lang, inizialmente pensò di dirigere il film in bianco e nero per ricreare le atmosfere dei classici film noir.

Il film è stato presentato in concorso al Festival di Cannes del 2011.

Basato sul romanzo Tarantola (Mygale) di Thierry Jonquet.

Ottava collaborazione tra Banderas e Almodovar: la precedente però risale al 1900 (Legami).

Il Dr. Ledgard è appassionato anche di bonsai, un altro famoso esempio di manipolazione della natura.

Nella camera del medico è presente il libro The Selfish Gene, di Richard Dawkins. Il testo viene citato nei titoli di coda tra le fonti di ispirazione.

Nella stanza di Vera invece c’è il libro Un angelo alla mia tavola, di Janet Frame.
Per rendere evidente ma in maniera sottile la sua psiche disturbata, Almodovar chiese a Banderas di eliminare semplicemente i suoi tic da attore.
Il romanzo di Thierry Jonquet è ambientato in Francia e i nomi dei personaggi sono differenti: Robert Ledgard si chiama Richard Lafargue, Vera diventa Eve, Zeca è Alex e Norma si chiama Viviane. Le altre differenze (da wikipedia.it):
Non sono presenti i personaggi di Marilia e della moglie di Robert, così come le loro sottotrame.
Nel romanzo, Richard (Robert nel film) non sperimenta su Vincent (Vicente) la pelle sintetica, e non effettua altri interventi oltre alla vaginoplastica: il seno cresce con delle iniezioni di estrogeni e l’aspetto del ragazzo è femmineo di suo. Il chirurgo non ha intenzione di farlo assomigliare a sua moglie.
Richard tiene prigioniera Eve, ma ogni tanto la fa uscire con lui per partecipare ad eventi mondani e la fa prostituire per vendicarsi dello stupro di sua figlia.
Alex (Zeca) non è fratello del chirurgo, ma il miglior amico di Vincent, e partecipa allo stupro della figlia di Richard; inoltre si reca alla sua villa per rapire Eve (credendo sia la moglie di Richard) in modo da ricattarlo e farsi fare una plastica al viso.
Il finale è completamente diverso. Richard riesce ad imprigionare Alex, che aveva rapito Eve, e a liberarla; quando lei vede il suo migliore amico, crede che sia l’ennesima tortura del chirurgo, e vuole ucciderlo. Ma ormai si scopre completamente assoggettata a lui, e in sua vece uccide Alex, rinunciando a tutto pur di essere la sua compagna.

One comment

  1. Lo vidi con un po’ di ritardo qualche mese fa e nel complesso mi è piaciuto. Niente di stratosferico ma avercene di film così!
    Spesso sono citato come almodovariano DOC e lo sono stato per tanto tempo, soprattutto per la sua prima produzione perché da giovane mi divertiva la sua irriverenza sempre molto sopra le righe. Ripensandoci ora non rinnego nulla ma è innegabile che si tratti di una filmografia legata ad un periodo preciso (sia per me che per Pedro) che ad oggi risulta datata e difficilmente apprezzabile appieno. Cmq un signor regista che nel bene (spesso) e nel male (un po’ meno spesso ma più di una volta) ha lasciato il segno quando era ora di lasciarlo.

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