Il film del giorno in tv: CLOVERFIELD

Rai Movie, Sabato 21 marzo, ore 12.30.

Film il cui valore sta più nelle geniali scelte di marketing effettuate all’epoca, che nella trama catastrofica e nella tecnica narrativa del found-footage… anche se i Cahiers du Cinema lo inserirono nella loro top ten del 2008. Ai posteri l’ardua sentenza.

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CLOVERFIELD

(id.,2008, USA)

Horror

Regia di Matt Reeves

Con: Michael Stahl-David, Jessica Lucas, Mike Vogel, Odette Yustman, Lizzy Caplan, T.J. Miller

Durata: 90 minuti

Trama: 

New York, una sera come tante altre. Un gruppo di amici organizza una festa a sorpresa, tutto sembra tranquillo, finché un boato fa tremare le pareti della casa in cui si svolge il party ed il cielo si illumina a causa di forti esplosioni. Non è un terremoto, né un attentato ma qualcosa di molto meno prevedibile…

RECENSIONE

Abrams sa bene che il cinema non è come il serial: Lost poteva e doveva puntare a rinnovare continuamente il suo segreto per rafforzarne il magnetismo e quindi il seguito (se la forza del segreto è limitata, la si può raforzare moltiplicando e sommando a dismisura i segreti); non così Cloverfield che ha una durata limitata è una trama a senso(potenzialmente) unico: si ha a disposizione un solo unico segreto che deve cattura e avvincere per tutta la durata del film. La strategia ora è chiara: sapendo di poter contare solo su un segreto JJ si gioca la carta sulla pubblicità, amplificandola il più possibile; di contro utilizza il linguaggio ipomediale per dilungare il segreto il più possibile come contro cuneo al battage pubblicitario pre-film. La strategia risulta vincente in questo senso: successo straordinario di pubblico, seguito prenotato; serializzare il cinema, ecco la chiave, trascinare segreto nel segreto, a scatola cinese, potenzialmente all’infinito. Ma se questa strategia risulta (con)vincente commercialmente e a livello di puro intrattenimento, comporta sul piano cinematografico enormi sacrfici. Il linguaggio cinematografico, infatti, in questo modo viene a trovarsi in funzione della trama il che comporta anche palesi e gravi forzature. Il trucco è chiaro: l’ipomedialità era la conditio sine qua non per rimettere a nuovo il classico viaggio dell’eroe(donzella in pericolo, mostro, buono, cattivo, ecc ecc). Ma se la scelta del testimone accidentale in REC in qualche modo è giustificata (gli spazi chiusi, loro giornalisti, filmano per denunciare se e mai usciranno dall’inferno in cui si trovano) perlomeno a livello di trama, in Cloverfield dove gli spazi sono aperti e le azioni ben più rischiose e pericolose non aveva senso (nè d’altra parte era realisticamente possibile) seguire fino alla fine l’eroe tramite la stessa telecamera: acrobazie sui tetti, cadute dall’elicottero, riprese delle fauci, lotte con mostriciattoli al buio (ma questa gliela passiamo).Raro caso in cui il produttore fa più notizia del regista. D’altra parte Cloverfield è palesemente farina del sacco di J.J.Abrams, di cui Matt Reeves, il regista, è solo mero esecutore materiale. Per il resto Cloverfield è niente di più, niente di meno che un film d’alta strategia commerciale che coniuga l’ipomedialità (per quanto costruita a tavolino) con uno dei miti hollywoodiani più coriacei: il mostro che attacca New York; in pratica, sostituite agli aerei dell’11 Settembre uno pseudomollusco gigante che distrugge mangia uccide e otterrete Cloverfield. Tutto qua? No, perché se è Abrams è maestro in qualcosa – e Lost ce lo ha dimostrato – è quello di saper fare televisione e adesso anche cinema del segreto (ovvero chi o cosa c’è dietro quella porta, botola, distruzione della città?). Il magnetismo del segreto ha un effetto devastante: il gioco sta nel non rivelarlo mai, pena lo sgonfiarsi della vicenda come un palloncino. In questo senso Cloverfield ha la particolarità di catalizzare gran parte di questo magnetismo su tutta la parte che precede il film: ovvero la pubblicità. Rispetto al cosiddetto cinema del mistero (quello di Lynch, ad esempio) che si occupa del come e del perchè (non nel senso di una mera spiegazione, non è semplicemente un cinema del because: perchè in senso pieno e forte) il cinema del segreto si occupa piuttosto del chi e del che cosa e in parte del perchè in senso debole (il classico spiegone finale, per intenderci): e Cloverfield non fa eccezione e concentra la forza apparente del segreto (infatti una volta svelato il segreto, tutto decade) addirittura al di fuori del film stesso con una campagna pubblicitaria tutta incentrata sulla domanda Chi?, Che cosa?.

La pretesa di realismo decade nel momento stesso in cui si pretende di raccontare il viaggio dell’eroe fino alla fine come in una normale storia di finzione. Si sono trovati con questo dilemma, ma hanno dovuto scegliere in favore delle forzature, per non far crollare tutto il castello(di carte) di Cloverfield. Questo succede al livello più terra terra: Cloverfield non funziona come film in sè. Il livello successivo è quello del linguaggio come indagine: se Cloverfield non è solo un “exploaitation travestito” lo è solo per sottrazione, perchè intimamente e a livello del tutto inconsapevole (e comunque a tratti) riflette e registra alcuni tratti degeneranti della contemporaneità ipomediale (la youtube generation o le fotocamere del cellulare, come la scena della testa della statua della libertà, spasmodicamente fotografata dai cellulari) solo perchè intimamente connessi alla nuova umanità schiava dell’immagine. Il fuoricampo, la vita da sola, è accidentale, rimane sullo sfondo, non appare: è un fuoricampo che rimane fuoricampo. In questo senso il cinema rimane schiavo della contemporaneità e il suo linguaggio perde tutta la forza d’indagine, si sterilizza nell’anestetico e nel narrativo, si sottovaluta: è specchio nel senso più negativo del termine. Se il cinema è per sua natura oltrenarrativo, cioè in grado di andare oltre i limiti nel narrativo grazie al suo linguaggio, in Cloverfield accade il contrario: il narrativo imbriglia il linguaggio e lo sottomette, sterilizzandolo.

Se una strada può essere quella tracciata (e seguita dal Redacted di Brian De Palma) da Dziga Vertov con il suo straordinario progetto ipertestuale e intermediale del Kinoglaz (il cineocchio) – ovvero l’apertura a infiniti link all’interno di un ipertesto infinito dove chiunque (a patto che sia attrezzato) può inserirsi senza limiti di sorta (non c’è fine al cineocchio: si va a metri di pellicola); se una strada, forse la migliore, la più fertile, quella che consente la presa in carico dell’immagine della testimonianza (come in Redacted) è questa, in Cloverfield, che pure fallisce in questo senso (ma d’altra parte non s’è mai posto il problema), si intravede un’altra strada che rompe e infrange i limiti dell’unimedialità ipomediale della camera a mano unica: è questa la strada del nastro preregistrato che appare e si svela random, intervendo come storia potenziale, facendo affiorare quel fuoricampo che invece Cloverfield riesce a tenere paradossalmente fuoricampo. Ma anche questa strada finisce per essere un vicolo cieco, perchè anche questa sottomessa alla trama e al narrativo: il senso viene dato, ma solo alla trama, non al fuoricampo stesso. Cloverfield resta comunque un film da vedere perchè consente di aprire un dibattito che pure acquisterà senso pieno dopo la distribuzione di Redacted che coinvolge (ma solo per differenza e sottrazione) il cinema e il suo linguaggio, cercando di tenere sempre presente che Cloverfield va preso per quello che è, un film classico travestito da ipomedialità forzata. Chiediamoci se ad aprire quelle porte è stato solo il vento: con Abrams non si può mai dire. (Lorenzo Conte alias Piccettino)

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Curiosità: 

Il film è uscito negli Stati Uniti il 18 gennaio 2008, pochi giorni prima dell’uscita della quarta stagione di Lost, prodotta dallo stesso J.J. Abrams.

La scena in cui la testa della Statua della libertà viene decapitata e lanciata come un proiettile tra i grattacieli di New York prende ispirazione dalla locandina di 1997: fuga da New York del 1981 di John Carpenter.

All’inizio del film appare un breve cameo in cui è visibile Jason Biggs (interprete di Jim Levenstein in American Pie). Si presume che durante il film muoia a causa del mostro.

Jason “Hawk” Hawkins (Mike Vogel) indossa una maglietta con il marchio della bevanda fittizia chiamata Slusho. La bevanda nasce in alcuni episodi della serie TV Alias, ed è stata usata anche per alcune foto promozionali del serial Heroes.

Il film inizia e finisce curiosamente nel medesimo luogo, e cioè a Central Park. Nella prima scena Rob e Beth si trovano a casa del padre mentre nell’ultima scena si trovano dove è caduto l’elicottero che li trasportava via da New York.

Nel film non compaiono bambini, in quanto il regista temeva che potessero lasciarsi sfuggire informazioni sulla trama del film.

Hud, il cameraman di tutto il film, è anche un acronimo che in inglese sta per “head up display” (h.u.d.), un visore che, in aeronautica, è utilizzato per la monitorizzazione dei dati di volo. È quindi probabile che il regista abbia scelto tale nome per definire il punto di vista dello spettatore.

Nelle immagini iniziali del film compare il simbolo della Dharma, società fittizia presente nel telefilm Lost, creato dallo stesso J.J. Abrams.[2]

Il film è privo di una colonna sonora musicale appositamente scritta, salvo che nella sequenza di scorrimento dei titoli di coda, in cui si ascolta una composizione sinfonica scritta dal musicista Michael Giacchino, abituale collaboratore del produttore J.J. Abrams (sono di Giacchino le colonne sonore delle serie televisive Alias e Lost, e del film Mission: Impossible 3). Il brano musicale, per orchestra e voce femminile solista, dura 9 minuti nella versione che accompagna il termine del film, mentre è disponibile una versione integrale di 12 minuti acquistabile nei siti di download musicale. La musica paga un evidente tributo alle composizioni sinfoniche del cinema nipponico dedicato a Godzilla, scritte da Akira Ifukube.

La scelta di utilizzare Manhattan come luogo di ambientazione della vicenda è chiaramente ispirato al film Godzilla con Matthew Broderick e Jean Reno, in quanto nel film viene presentata l’isola di Manatthan come un perfetto habitat per un mostro di tali dimensioni. Nel film infatti si spiega che non esiste nessun’altra isola al mondo con certe determinate caratteristiche.

Sia nella scena iniziale che in quella finale del film, il protagonista descrive ora e luogo delle riprese: in entrambi i casi sono le 6:42 di mattina.

Cloverfield ha avuto un modesto guadagno al botteghino mondiale, pari a 170.800.000 di dollari. Cifra che è assolutamente rientrata nei costi di produzione. In Italia ha realizzato, per le due settimane di programmazione, 3.063.213 di euro. Mentre negli Stati Uniti, alla uscita del film, ha subito incassato 41.000.000 di dollari, record per un film uscito a gennaio. Ma, nelle due settimane successive, ha incassato solamente 17.600.000 dollari.

3 comments

  1. Lo vidi malvolentieri, mi stava sulle balle già prima di cominciare, odio i finti documentari finti girati con macchina a mano, insomma c’era tutto il corollario perché spegnessi ben prima della fine invece mi sono divertito e tanto convinto però che poi sarebbe finito tra i tanti film visti e dimenticati. A sorpresa me lo ricordo ancora bene e il ricordo rimane buono, evidentemente è un film che ha un suo perché.

  2. Pensavo ad una puttanata galattica, ma è inutile negarlo, a me questi film piacciono. Infatti alla fine ne sono rimasto soddisfatto, anche se non è un miracolo di film. Mi ha ricordato il film sui dinosauri di Andrew.

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