Il film del giorno in tv: I CANCELLI DEL CIELO

Rai Movie, 21.15, sabato 14 febbraio.

heavens_gate

Nella serata di San Valentino e della finale di Sanremo, per vedere un film in tv c’è solo l’imbarazzo della scelta (per chi non va al cinema a vedere 50 sfumature di grigio): Gomorra di Garrone su Raitre, Point Break su Rai 4, Il principe cerca moglie su Canale 5, Paranorman per i più piccoli su Italia 1, Eastwood con Firefox su Rete 4, San Valentino di sangue su Italia 2, Harry ti presento Sally su Mtv e infine Quattro matrimoni e un funerale su La7D. Ma il film che abbiamo scelto per la rubrica di oggi è l’unico capolavoro assoluto tra quelli citati, sebbene abbia diviso critica e pubblico per decenni: occasione quindi per vederlo – nella versione più vicina a quella voluta dal suo regista – o per scoprirlo una volta per tutte.

I CANCELLI DEL CIELO

(Heaven’s Gate, 1980, USA)

Western

Regia di Michael Cimino

Con:

Kris Kristofferson

Christopher Walken

Jeff Bridges

John Hurt

Isabelle Huppert

Durata: 225 minuti

Trama:

Harvard, 1870. Due amici della classe dirigente concludono gli studi universitari e la loro giovinezza per prepararsi alla vita adulta.
Johnson Country, Wyoming, 1890. Lo sceriffo James Averill, uno dei laureati iniziali, lotta al fianco dei contadini immigrati dell’Europa dell’Est accusati di furto e minacciati di sterminio da parte di mercenari assoldati dai potenti allevatori di bestiame appoggiati dal governo. Tra i killer c’è un certo Nate D. Champion, deciso a sposare Ella, la prostituta di cui anche il suo amico Averill è innamorato.

Jeff Bridges, Isabelle Huppert + Kris Kristofferson - Heavens Gate (1980)

Pubblichiamo e linkiamo inoltre un bell’articolo di un cinematikino d’altri tempi, che di questo film si era già occupato in occasione della precedente messa in onda della versione rimontata.

I Cancelli Del Cielo: Il Film Che Visse (almeno) Tre Volte

di Alfredo Santoro alias Jugger

[…] Ripercorriamo l’infernale vicenda produttiva del capolavoro maledetto di Michael Cimino, il film che ha indelebilmente cambiato l’industria cinematografica americana.
C’era una volta Erich von Stroheim, l’uomo che amavamo odiare. E c’erano una volta i suoi capolavori perduti, Greed su tutti, mutilati da produttori spaventati. Ci piace pensare che fossero crudeli e votati al solo profitto, che non seppero vedere la grandezza al di là del proprio naso e che cacciarono l’Autore dal Giardino dell’Eden deglistudios, creando, all’interno del dorato solco del cinema statunitense, la figura mitica dell’Artista iconoclasta soggiogato dall’Industria ignorante e avida. C’era un’altra volta Orson Welles, il wonder-boy  del teatro, della radio e del cinema americano degli anni Trenta e Quaranta, rinnegato dalla RKO dopo il successo di Quarto Potere e da allora perso tra l’Europa e gli Stati Uniti, umiliato da tagli a sua insaputa, budget ridicoli e costretto a sforzi sovrumani per poter portare a termine i propri progetti.
C’era una volta, poi, Michael Cimino. E c’era una volta, e c’è ancora, “I cancelli del cielo” (“Heaven’s Gate”), “il film che ha fatto fallire la United Artists“, “il più grande flop della storia del cinema“, “il film che ha chiuso con uno schianto l’esperienza della new wave del cinema americano degli anni Settanta“. Di queste tre affermazioni, divenute proverbiali, probabilmente è solo l’ultima ad avvicinarsi davvero alla verità: le altre sono poco più che leggende, semplificazioni nate e sfruttate per giustificare l’irrazionale vicenda di un sistema andato completamente fuori controllo. Forse parlare di Michael Cimino e de “I cancelli del cielo” partendo da Erich von Stroheim e Orson Welles è altrettanto improprio e semplicistico: ma confrontare i destini dei due con quello di Cimino è utile anche a evidenziare i punti discordanti esistenti nelle rispettive vicende professionali. La storia de “I cancelli del cielo” non è la storia di un capolavoro martoriato da un’industria incapace di riconoscere il Genio: è una semplice storia di umana hybris, di decisioni sbagliate prese nel momento sbagliato, di perfezionismo portato all’eccesso.
[…]
il canale Rai Movie trasmetterà “I cancelli del cielo” nella versione definitiva restaurata nel 2012 (e presentata, due anni or sono, in prima mondiale dalla Mostra veneziana in presenza del regista). […] questa versione integrale di circa 220 minuti sarà presentata con il doppiaggio italiano realizzato nel 1981 sulla base di un rimontaggio più breve del film, grazie al certosino lavoro di edizione curato da Alberto Farina […].

 

I cancelli dell’inferno

I have had enough rejection for 33 years, I don’t need more. Being infamous is not fun.
(Michael Cimino – Venezia, 30/8/2012)

È il 26 giugno 1980. Michael Cimino è ancora il regista pluripremiato de Il cacciatore, eppure i ritardi nella realizzazione del suo nuovo film, per il quale la United Artists ha concesso completa carta bianca nel tentativo di bissare, se non superare, gli esiti artistici e commerciali del predecessore, hanno gettato su di lui una luce sinistra che lo vorrebbe un uomo capriccioso e intrattabile e un regista succube della propria visione artistica, incapace di gestire il cospicuo budget affidatogli. È il giorno in cui, dopo otto mesi in sala di montaggio, Cimino mostra agli executives della United Artists il primo montaggio del suo nuovo film, “Heaven’s Gate”: 5 ore e 25 minuti di durata complessiva, a fronte di un impegno contrattuale che limita la durata della pellicola entro le tre ore. È evidente che qualcosa è andato storto: la stampa americana, di settore e non, ha già i coltelli affilati, pronti a colpire un capro espiatorio, bersaglio facile a causa di un successo personale (quello de “Il cacciatore”) sperperato in eccessi smisurati difficili da giustificare – le incontrollate voci dal set hanno raccontato di scene girate oltre 50 volte, di set abbattuti e ricostruiti a grandezza naturale, di crudeltà sugli animali coinvolti e di chilometri di pellicola di girato.
Steven Bach, delegato alla produzione della United Artists ricorda: “Gli ho chiesto: ‘Quanto siamo vicini a un final cut?’ Mi rispose: ‘Sì, è un po’ troppo lunga, potrei accorciarla di una quindicina di minuti.’ […] La sequenza della battaglia, da sola, raggiungeva la lunghezza di un intero film. Ero arrabbiato. La società era in completo subbuglio; […] per questo film si era esposta, agli occhi dell’intera industria, come mai nessun’altra. La segreta speranza che il film si rivelasse un capolavoro, e che giustificasse tutto quanto era accaduto fino a quel momento, era svanita di colpo.” Cimino rientra in sala di montaggio venendone fuori, a ottobre, con una versione dalla durata di circa 220 minuti. Incredibilmente, nessun membro della United Artists riterrà necessario visionare il nuovo montaggio del film.
La settimana che segnerà indelebilmente la vita e la carriera di Michael Cimino, del suo film, e dello studio che l’ha finanziato, comincia martedì 18 novembre 1980: il giorno in cui il già famigerato “Heaven’s Gate” viene mostrato in anteprima a New York, il giorno prima di un’uscita nelle sale in limited release propedeutica alla possibilità di concorrere agli Oscar dell’anno successivo. Il disastro atteso e preannunciato finalmente ha luogo: la reazione della stampa è talmente violenta da essere senza appello. Tra tutte, resta celebre la recensione di Vincent Canby, pubblicata sul “New York Times” del giorno dopo: “‘I cancelli del cielo’, che esordisce oggi al Cinema One, è un fallimento così totale che si potrebbe sospettare che  Cimino abbia venduto l’anima al diavolo per ottenere il successo de “Il cacciatore” e che ora il diavolo sia passato a riscuotere”; “la visione del film è paragonabile a una camminata forzata e lunga quattro ore all’interno di un salotto”; “un disastro inqualificabile”. Gli incassi sono desolanti: è la fine commerciale del film.
Cimino non si dichiara sconfitto. In uno scatto di orgoglio scrive una lettera (pubblicata il 24 novembre da “Hollywood Reporter”) al capo dello studio, Andy Albeck, chiedendo la possibilità di ritirare il film dalle sale per dargli una nuova opportunità grazie a un nuovo montaggio: “Tanta energia, tempo e denaro sono stati spesi nella realizzazione de ‘I cancelli del cielo’, perciò ti chiedo di ritarare temporaneamente il film dalla distribuzione, in modo che possa presentare al pubblico un film realizzato con la stessa cura e impegno con i quali l’abbiamo cominciato. Sono consapevole delle difficoltà emotive e delle numerose complicazioni di un gesto così anomalo, ma credo che tutti abbiamo imparato una preziosissima lezione dalla prima proiezione pubblica del film. Sono motivato a fare il possibile, per far sì che ‘I cancelli del cielo’ possa esser visto dal più vasto pubblico nel mondo.” La stampa, ancora una volta, si scatena. Ammesso il fallimento, dichiarata la disponibilità a compiere un ennesimo tentativo pur di salvare il film dal baratro, il suicidio artistico di Michael Cimino è compiuto: è una neanche troppo implicita ammissione che la stampa ha ragione. A shock ancora fresco, Albeck viene prevedibilmente silurato dal ruolo di Presidente della UA: è il dicembre 1980 e Cimino ha appena rimesso piede in sala di montaggio.
Serve, a questo punto, una breve descrizione di cosa fosse e di cosa fosse diventata la United Artists in quegli anni, per capire anche gli avvenimenti immediatamente successivi al crollo di Cimino e de “I cancelli del cielo”. Fondata come noto nel 1919 da star come Mary Pickford, D.W. Griffith, Charlie Chaplin e Douglas Fairbanks, la United Artists nel 1951 era stata salvata dalla chiusura da due avvocati già attivi nel mondo cinematografico, Arthur Krim e Robert Benjamin. Sotto la loro guida, lo studio vive il periodo più luminoso della propria storia, culminato, nel trienno 1975-77, con la vittoria consecutiva di tre Oscar come Miglior film (con “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, “Rocky” e “Io e Annie”). Nel 1967 la società era stata venduta alla Transamerica Corporation, una compagnia assicurativa: è l’epoca in cui si formano grandi conglomerati, e gli studios cinematografici diventano facili prede di compagnie lontanissime dal loro business. Krim e Benjamin andranno via nel 1978 sbattendo la porta, in aperta polemica con la proprietà dalla quale avrebbero voluto riacquistare lo studio: fonderanno la Orion Pictures; la UA verrà affidata a Albeck, un uomo scelto, ironia della sorte, per la sua capacità di razionalizzare i costi (Steven Bach: “Andy Albeck non era un tipo da show business: questo era chiaro.”) È in questo contesto che cresce e divampa il disastro de “I cancelli del cielo”, con un nuovo management appena insediato (responsabile, a onor del vero, anche di “Toro scatenato”, “Rocky II” e “Rocky III”, “Manhattan”, i due Bond “Moonraker” e “Solo per i tuoi occhi” e della sola distribuzione dell’altrettanto pericoloso “Apocalypse Now”) desideroso di fare il colpo grosso con il regista più quotato del momento, ed è qui che va inscritta la via d’uscita di Transamerica dalla UA, dopo l’infamante eco, non c’è dubbio, generata dal film.
Aprile 1981. Il nuovo presidente della United Artists, Norbert Auerbach, mostra un ottimismo di facciata: “Non siamo preoccupati. Le nostre ricerche ci dicono che gli spettatori abituali hanno reale interesse per ‘I cancelli del cielo’. Conoscono il film senza ricordarne tutti gli aspetti negativi che lo hanno riguardato.” (“The Schenectady Gazette”, 2 aprile 1981) A Los Angeles, a fine mese, viene presentato in una nuova premiere, il nuovo “I cancelli del cielo” rimontato da Cimino. Due ore e mezza che non cancellano né risolvono i problemi della precedente versione, semmai li amplificano. Questa volta il film finisce per essere troppo compresso, perdendo il respiro epico della precedente versione, in un goffo tentativo che, pur alterando fortemente il montaggio delle scene (che vengono anticipate o posticipate) non mutano il ritmo del film, ma finiscono con l’appesantirlo con improvvise e isolate narrazioni fuori campo (come accade nel momento di transizione dal 1870 al 1890), o trasformando il tragico destino di Ella in un inatteso e “appiccicato” ricordo di James Averill in chiusura di film, venti anni dopo gli scontri di Johnson County. Impossibile salvare un pasticciato rimedio nato nel caos e figlio del tentativo disperato di salvare il film dal fallimento: il pubblico può finalmente disertare le sale su tutto il territorio nazionale, e i critici non faranno altro che registrare il totale insuccesso dell’operazione di salvataggio.
Un mese dopo, al Festival di Cannes, Auerbach, Cimino e il cast del film vengono gelati dalla notizia della vendita della compagnia, da parte di Transamerica, a una già traballante MGM. 320 milioni di dollari in tasca per salutare per sempre il mondo dello show business (nel 1967, Transamerica ne aveva spesi 185): il flop di “Heaven’s Gate”, in fondo, si è quasi trasformato in un affare! È proprio a Cannes che, però, comincia la lenta rimonta del film: in Europa, seppur in una versione che sarà presto disconosciuta dal proprio autore (alimentando il falso mito che prevede che la versione rimontata da circa 150 minuti non sia altro che una becera devastazione del film a opera dei “produttori”), “I cancelli del cielo” ottiene apprezzamenti e consensi, per lo sguardo non conciliante di Cimino nei confronti della storia del suo paese; per il ritmo ondivago, sognante, che avviluppa i quattro protagonisti, in particolare Averill, in una spirale di ricordi e ideali infranti; per l’indubbia bellezza delle scene fotografate da Vilmos Zsigmond.
In uno strano disegno del destino, l’affondamento della United Artists coincide con la timida rinascita del film dalle proprie ceneri. Agli atti restano i 44 milioni di dollari spesi tra costi di produzione e di promozione (recuperati in borsa dal gigante Transamerica nel giro di pochi giorni) e i 3 milioni di incasso complessivo nel mondo.

Il paradiso riconquistato

La rinascita del film comincia nel 1982, a due anni di distanza dal crollo newyorkese di Cimino e del film, e a un solo anno da quello della UA: la rete via cavo Z Channel, tra gli anni Settanta e Ottanta vero baluardo televisivo per cinefili, recupera e propone la famigerata versione da 220 minuti, consentendo al pubblico americano di riscoprire il film, o meglio, quasi di scoprirlo per la prima volta, vista la limitata circolazione prima dell’affrettato ritiro dalle sale. Nasce (erroneamente, come abbiamo visto) il concetto di director’s cut. A pochi mesi di distanza dalla messa in onda, la versione lunga sbarca al Lido di Venezia per essere proiettata nella sezione “Mezzogiorno-Mezzanotte” della Mostra di quell’anno. Tre anni dopo è ancora l’Italia a interessarsi al film: i telespettatori italiani saranno i primi in Europa ad assistere all'”inqualificabile disastro” lungo quattro ore di Michael Cimino: merito di Enrico Ghezzi, di Raitre e di una “Magnifica ossessione” nata per celebrare i novant’anni dalla nascita del cinema.
Da allora, Cimino raramente ha commentato le vicende produttive e distributive del suo film maledetto: nel 1990, in occasione dell’uscita del suo remake di “Ore disperate”, dichiarò: “Mi assumo la completa responsabilità per tutto. A ogni altra domanda è il film stesso a rispondere. […] Sono convinto che se sei un pugile, e sali sul ring, non puoi lamentarti se poi vieni colpito.”
Il 2012 vede finalmente la necessaria e attesa realizzazione di un nuovo restauro digitale del film. Per l’occasione, Cimino corregge dei problemi di mix audio, apportando due sostanziali modifiche alla versione originaria: qualche piccolo accorciamento (in particolare poco prima dell’intermissionoriginario, che viene eliminato) e una nuova colorimetria, più naturalistica e capace di esaltare la bellezza del girato, ma che smussa i toni seppiati e sfumati tipici della fotografia di Vilmos Zsigmond di quegli anni.
Nota: Tranne dove diversamente indicato, le citazioni riportate sono tratte dal documentario “Final Cut: The Making and Unmaking of Heaven’s Gate” (2004) di Michael Epstein.
speciale tratto da Ondacinema.it
Christopher Walken - Heavens Gate (1980) gun

Commenti