Il film del giorno in tv: DEATH PROOF

Martedì 15 settembre, Italia 1, ore 23.25.

Film “ricavato” dalla double feature Grindhouse, in cui si divideva il tempo con Planet Terror di Rodriguez, A prova di morte di Quentin Tarantino è considerato da molti un semplice divertissment – qual è –  per molti altri una boiata, ma è un film importante nella filmografia del regista per la transizione (definitiva?) che lo ha portato dai film di genere a un cinema più universale, rispettando però le sue caratteristiche peculiari.

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Death Proof

(id., USA, 2007)

Regia di Quentin Tarantino

Con

Kurt Russell
Rosario Dawson
Vanessa Ferlito
Jordan Ladd
Rose McGowan
Marcy Harriell
Sydney Tamiia Poitier
Tracie Thoms

Durata: 115 minuti

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Trama:

Austin, Texas. Mike è uno stuntman ormai in pensione. Il volto solcato da una tanto profonda quanto spaventosa cicatrice, una Chevrolet Nova SS del 1970, a bordo della quale le ragazze a cui offre un passaggio difficilmente dicono di no.

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RECENSIONE

Il discorso da fare su “Death Proof” sarebbe molto ampio.

Partiamo dal fatto che era nato come parte di un’ideale dittico, completato da “Planet terror” di Rodriguez, da intitolare proprio Grindhouse (rifacendosi al cinema dei “doppi spettacoli” e delle pellicole a basso costo che avevano caratterizzato l’America degli anni settanta, proiettando film di tutti i generi d’exploitation: film di kung fu, splatter, slasher, horror, thriller, sexploitation, le pellicole sul “bravo ragazzo”, blaxploitation, spaghetti-western. Dopo il flop americano (Grindhouse durava ben 190 minuti), il produttore Harvey Weinstein ha preferito far uscire il film separatamente nei paesi non anglofoni. Tarantino ha così montato nel film tutte quelle scene eliminate per renderlo più “grindhouse” (esempio: mentre noi abbiamo visto la tanto conclamata scena della lap-dance in America si sono goduti 10 secondi di cartello con scritto “bobina mancante”), riferimenti che per altro noi europei non avremmo potuto comprendere (e possiamo intuire soltanto quelli che ci sono), visto che le grindhouse erano prettamente americane.

Il film che ne è venuto fuori è sicuramente una versione “allungata”, che diluisce l’azione tra momenti da antologia e lunghissimi dialoghi “da amazzoni”.
Le ragazze sono un campionario di feticismo tarantiniano, che il regista si diverte a osannare con ripetute inquadrature in quelle che sono per lui le zone “calde” (i piedi di Jungle Julia/Sydney Tamiia Poitier e di Abernathy/Rosario Dawson, il corpo di Arlene/Vanessa Ferlito) e mettendo in scena continui dialoghi da bar, stavolta, però, declinati al femminile. La regia di Quentin Tarantino è tipica di quegli anni, la sua è una riesumazione autoriale: largo, dunque, a zoom e stacchi repentini, montaggio sconnesso e fotografia invecchiata. Probabilmente, questo è il film più teorico di Tarantino. Il suo cinema è come una fenice che risorge dalle ceneri di un cinema trapassato e morto (tutto il cinema di genere che si sollazza a citare), ricicla spazzatura per creare arte. E questo “Death proof” è la prova più semplice e lineare della sua poetica, essendo il film più estremamente di genere, che gioca anche con tutti i difetti di base di quel modo di fare cinema. La citazione più bella è probabilmente l’autocitazione, col personaggio di Micheal Parks e figlio n.1.

Pensandoci bene, la stessa storia non è altro che un gioco di specchi cinematografico: “Stuntman” Mike (un grandissimo Kurt Russell), che uccide le belle e giovani ragazze con la sua Chrevolet “a prova di morte”, non può forse rappresentare il vecchio cinema analogico che tenta un’astiosa vendetta contro tutto ciò che è giovane e nuovo? Non per niente Tarantino ha sempre preferito le soluzione artigianali, prediligendo quel tipo di action rispetto a quello moderno, pieno di zeppo effetti computerizzati; e non per niente, “Stuntman” Mike alla fine verrà sconfitto dopo un lunghissimo e spassosissimo inseguimento d’auto (d’altra parte questo film è il trionfo delle femmine di Quentin).

Il cinema di Tarantino è un cinema replicante che vive di vita propria. Forse, “A prova di morte” ne è l’esempio più estremo e imperfetto – ma non è tutta colpa di Tarantino – potrebbe però rappresentare anche un punto di svolta nella carriera del beneamato regista. Stiamo in attesa. (Noodles alias Giuseppe Gangi)

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